domenica 31 luglio 2011

IL PROMONTORIO DI SANT'ELIA - I PARTE

 STORIA DEL PROMONTORIO DAL NEOLITICO AL PERIODO ROMANO

Sella del Diavolo


Il Promontorio di Sant’Elia è stato frequentato ininterrottamente dal Neolitico Antico (6000-5000 a.C.).
I punti maggiormente interessati dai ritrovamenti archeologici appartenenti a questo periodo sono:
  • La distrutta grotta di Sant’Elia, probabilmente sacrificata dai lavori delle cave in un punto imprecisato tra il viale Calamosca e il Forte di Sant’Ignazio, dove sono stati ritrovati dei frammenti di ceramica cardiale, ascrivibile al Neolitico Antico, durante gli scavi condotti da E. Atzeni
  • Nelle vicinanze della Sella del Diavolo, sopra Marina Piccola, dove sono stati rinvenuti vari cocci, anch’essi ascrivibili al Neolitico Antico, durante gli scavi realizzati da A. Taramelli.
  • La Grotta del Bagno Penale, sul costone settentrionale del colle di San Bartolomeo, dove sono stati portati alla luce reperti appartenenti al Neolitico Medio (IV millennio a.C.), tra i quali spicca un vasetto globulare a doppia ansa decorato con dei punti che riproducono forme geometriche.
  • La scomparsa Grotta di San Bartolomeo a causa di una frana, si trovava nel costone situato sopra la spiaggia del Poetto, dove si accede solo passando dal mare dove era presente un ricco deposito funerario e gli oggetti ritrovati hanno evidenziato una soluzione di continuità dell’uso della stessa protrattasi fino alla cultura di Bonnannaro (II millennio a.C.).

Il  periodo fenicio-punico è rintracciabile nei numerosi frammenti ceramici, nella cisterna a pianta rettangolare e sezione trapezoidale, nella lapide dedicata ad Astarte Ericina con un concio con due colombe scolpite che testimonia l’esistenza di un tempio in suo onore e nel ritrovamento di una decina di tombe dotate di corredi funebri a San Bartolomeo.
Tra le numerose testimonianze lasciate dai romani si può ancora ammirare una cisterna di forma tronco-conica provvista di un ingegnoso sistema di canalizzazione.
La cisterna punica, molto simile a quelle che si trovano a Tharros, si trova sulla sommità del colle a poca distanza dalla torre di Sant’Elia, è di forma trapezoidale con una lunghezza di circa 30 metri. Anticamente era ricoperta da lunghe lastre in pietra, l’accesso era garantito dalla presenza di botole collocate sull’estremità. Vista la vicinanza del Tempio di Astarte è molto probabile che la cisterna alimentasse le vasche dove avvenivano le abluzioni rituali in onore della divinità.

Resti Tempio di Astarte
Resti del Tempio di Astarte






Astarte era la suprema divinità femminile fenicia della fertilità, della natura e della Madre Terra (come si può notare tali attributi sono tipici della divinità femminile venerata fin dal Paleolitico), prese l’appellativo Ericina probabilmente dal monte Erice in Sicilia (oggi monte San Giuliano) dove esisteva una particolare venerazione della dea. L’origine di questa divinità  potrebbe essere babilonese con il nome di Ishstar, tradotto poi Astarte dai Greci e Ashtart dai Fenici, al suo culto è stata da sempre legata la pratica della “prostituzione sacra” che avveniva all’interno del tempio stesso e aveva come protagoniste le fanciulle ancora da maritare.
A testimonianza dell’esistenza del luogo di culto, furono rinvenuti, nella seconda metà del XIX sec., un concio in pietra raffigurante due colombe stilizzate e un frammento di marmo con una dedica alla dea.
I romani che si insediarono in seguito nell’area lasciarono anch’essi delle testimonianze come la cisterna situata anch’essa nel punto più alto del colle a poca distanza da quella punica. La forma è a “tronco di cono”  con una profondità pari a circa 5 metri e mezzo, sul fondo è presente una vaschetta centrale per la decantazione dell’acqua. Il sistema di approvvigionamento della cisterna consisteva in una serie di vasche e canalette, scavate nella roccia, collegate fra loro in modo da far confluire l’acqua piovana al suo interno.


Vaschetta della cisterna romana
Canaletta della cisterna romana
Cisterna romana

Purtroppo questo bagaglio archeologico allo stato attuale si presenta, pur in ottime condizioni, in un deplorevole stato di abbandono.
Nei prossimi post parleremo della storia successiva che vide il coinvolgimento del colle nelle varie vicende anche di rilevanza mondiale.


Fabrizio e Giovanna 

sabato 30 luglio 2011

ARCHEOLOGIA SARDA: Visita alla Tomba dei Giganti di Is Concias






La Tomba dei Giganti di Is Concias, si trova nel territorio di Quartucciu, ed è raggiungibile percorrendo la s.s. 125 che porta a Muravera. Al Km 20,3 si svolta a destra e dopo aver percorso circa 100 m si prende nuovamente la destra e si prosegue per 800 m, fino ad incontrare sempre sulla destra una strada in cui è presente l’ultimo cartello che indica l’area archeologica. La strada non è in perfette condizioni ma è comunque percorribile da qualunque automobile, proseguendo per circa 6 Km si arriva alla tomba visibile sulla destra.

Il sepolcro megalitico-ciclopico di Is Concias è del cosiddetto tipo a “filari”, una tecnica prettamente nuragica, queste tombe sono considerate più recenti rispetto a quelle dolmeniche, anche se la questione è ancora in fase di dibattito accademico, perché i criteri di arcaicità sono molteplici e non ci si può limitare alla semplice tecnica costruttiva.



Abside del corpo tombale esterno
Corpo tombale esterno








Il monumento è costruito con blocchi di granito appena sbozzati, il corpo tombale absidato, 
orientato nord-sud è lungo circa 11,60 m, mentre la camera funeraria misura 8 m.

Esedra della TdG di Is Concias
Nell’ampia esedra ampia di circa 10 m, si apre l’ingresso architravato alla camera funeraria, alla cui sinistra è presente una pietra levigata  di forma troncoconica chiamata betilo, rappresentante la divinità maschile.

Ingresso architravato e "Betilo"
Probabilmente al lato opposto dell’ingresso trovava posto un altro betilo mammellato rappresentante la divinità femminile, formando così la coppia sacra al popolo nuragico.

Interno della camera funeraria con il "bancone" sul fondo

La camera funeraria di pianta rettangolare voltata ad ogiva, è dotata sul fondo di un grande lastrone di pietra a cui gli studiosi attribuiscono la funzione di bancone per le offerte.
Sulla parte destra della tomba, si trovano tre pozzetti votivi ricavati nella roccia circondati da un doppio giro di pietre, nei quali sono stati rinvenuti alcuni resti ceramici.

In occasione della nostra ultima visita a questo bellissimo monumento (uno dei meglio conservati di tutta la Sardegna), non abbiamo potuto fare a meno di notare lo stato di abbandono e di degrado a cui è sottoposta l’intera area. 
Intorno alla tomba facevano bella mostra di se alcuni sacchetti di spazzatura lasciati sul posto da qualche “appassionato” di archeologia, che una volta appagato il suo appetito, forse inebriato dalla bellezza del luogo, si è scordato di riportare i suoi rifiuti a casa.


Fabrizio e Giovanna

venerdì 29 luglio 2011

I TEMPLARI: Alcune riflessioni




Templari nella loro classica iconografia


Quando parla di Templari l’appassionato di storia medioevale, e dei Cavalieri del Tempio in particolare, si trova sempre in un certo imbarazzo per via delle troppe distorte informazioni che circondano l’argomento.
Fino a qualche tempo fa, nella maggior parte dei casi, l’interlocutore non sapeva di cosa si stesse parlando e guardava l’entusiasta narratore con una certa commiserazione mista ad ironia.
Ora le cose sono cambiate grazie a Dan Brown e al suo romanzo speudostorico, che mischia in un calderone tutta la splendida tradizione esoterica occidentale, molte persone si ritengono esperte sull’argomento, e, convinti che i Templari fossero una sorta di setta dedita a chissà quali complotti, osservano lo storico con sospetto e una certa diffidenza.
Nei nostri articoli abbiamo accennato ad alcuni misteri che coinvolgono Il Tempio, come l’adorazione del Baffometto legata al culto di San Giovanni Battista e al mito celtico, o la misteriosa attività di scavo di  Hugues de Payns e compagni a Gerusalemme; ma questi sono interessanti aneddoti, curiosità storiche, che arricchiscono lo studio, ma certamente non lo esauriscono.
La storia dei Poveri Cavalieri di Cristo, è fatta di sacrificio e dedizione ad un ideale che essi hanno servito fino alle estreme conseguenze.
Moltissime organizzazioni esoteriche e non, si rifanno alla tradizione templare, utilizzandone simboli e copiandone i riti, tutto ciò è lecito e dimostra che l’alta Cavalleria spirituale ha lasciato un segno indelebile nell’immaginario occidentale, ma non bisogna confondere l’Ordine del Tempio originale con i suoi attuali imitatori.

Chi decideva di entrare nell’ordine, doveva essere pronto a rinunciare a se stesso e ad entrare in una comunità dove i bisogni e i desideri individuali erano sacrificati a vantaggio della collettività.
Il cavaliere non possedeva nulla, non poteva decidere cosa fare, dove andare o quando riposare, è quindi chiaro che per potersi definire Templari si deve essere pronti ad essere come loro.

La storia dei Templari si mescola inevitabilmente con quella delle Crociate, essi sono stati i maggiori rappresentanti dell’ideale che le aveva provocate, però, nel corso dei circa duecento anni di vita dell’ordine impararono a conoscere e rispettare le altre religioni con le quali entrarono in contatto. 
Molti  indizi ci portano ad essere convinti che durante la loro permanenza in Terra Santa essi ebbero profondi rapporti con Mussulmani ed Ebrei e che, resesi conto che i punti di contatto tra la religione Cristiana, l’Islam e il Credo di Abramo erano più numerosi delle differenze, si adoperarono  per creare un sincretismo tra di esse e così por fine alle guerre che si nascondevano dietro il vessillo della fede.

Tutta la tradizione Templare trova le sue radici in quella Celtica; i Celti erano un popolo indoeuropeo che portava con se un antichissimo retaggio neolitico, infatti essi praticavano il matriarcato ed erano dediti al culto della Grande Dea Madre (in un precedente articolo abbiamo trattato l’argomento in riferimento alle tradizioni “Del Popolo Megalitico”: 
Il fatto che praticassero il culto della Dea non implica che la loro fama di popolo guerriero ed indomito sia falsa, però gran parte delle caratteristiche che sono state loro attribuite nel ventesimo secolo e che sono servite ad avallare dei movimenti politici sviluppatisi in tempi molto lontani da quelli dei celti, sono delle forzature che niente hanno a che fare con la verità storica.

L’epopea Templare si è sviluppata ed è tragicamente finita nel medioevo, i Cavalieri erano l’incarnazione stessa degli ideali medioevali, erano uomini del loro tempo, con tutte le contraddizioni tipiche dell’epoca.
La loro stessa esistenza era una contraddizione, quell’essere monaci e guerrieri allo stesso tempo, creò non pochi problemi  ai teologi del periodo delle Crociate e solo l’influenza di Bernardo di Chiaravalle, abate dei Cistercensi e loro più grande sostenitore, potè risolvere la difficile situazione.

Studiare la storia medioevale vuol dire immergersi in un mondo fatto di alti ideali e spirito di sacrificio ormai perduto per sempre, come perduti per sempre sono i Cavalieri del Tempio.
Di essi rimane il racconto delle loro incredibili gesta, del loro coraggio e della assoluta dedizione alla causa delle Crociate; noi possiamo ammirarli e cercare di portare alla luce tutto quello che riguarda la loro storia, ma pretendere di resuscitarli e piegarli ai nostri scopi è impossibile e offende la loro memoria.



 Fabrizio e Giovanna



giovedì 28 luglio 2011

ARCHEOLOGIA SARDA: ALCUNE IMMAGINI DEL NURAGHE LOSA – ABBASANTA





Il Nuraghe Losa è una delle strutture nuragiche più imponenti, è costituita da una torre centrale e da tre torri secondarie, unite tra loro da una cortina che lo rifascia, dandogli la sua caratteristica forma triangolare. Il complesso si compone di un villaggio e di un immenso antemurale ellissoidale.
A ridosso dell’antemurale sono presenti i resti di urne cinerarie appartenenti ad un’area cimiteriale romana.

video



Fabrizio e Giovanna

Archeologia: italiani trovano tomba apostolo Filippo in Turchia

Ankara, 27 lug. (Adnkronos) - Un team di archeologi italiani, guidati Francesco D'andra, ha scoperto in Turchia la tomba dell'apostolo Filippo. Lo riferisce l'agenzia semiufficiale turca Anadolou, spiegando che il ritrovamento e' avvenuto nel sito delle rovine di Hierapolis (Pamukkale), nella provincia sud occidentale di Denizli.




Leggi la news: http://www.adnkronos.com/IGN/News/Cultura/Archeologia-italiani-trovano-tomba-apostolo-Filippo-in-Turchia_312289042569.html

mercoledì 27 luglio 2011

LA MEDICINA TRADIZIONALE IN SARDEGNA - II PARTE


LA MALATTIA DELLA STRIA



Civetta
Barbagianni















La medicina popolare tradizionale ha i suoi modi di concepire il malessere  e i rimedi atti a combatterlo, avvalendosi di particolari rituali che si concretizzano con l’ausilio di elementi appartenenti alla sfera naturale, come la fitoterapia, talvolta associata a quella sfera da taluni definita “sovrannaturale”, dove il curatore entra in contatto con  diversi livelli di coscienza appartenente ad “altri mondi”, fungendo da collegamento tra questi e il paziente.
 
Per quanto riguarda la fitoterapia, si sa che l’innata paura dell’uomo nei confronti delle malattie e delle sofferenze corporee ha stimolato da sempre la ricerca e lo sfruttamento delle risorse naturali come le piante ritenute curative.
Le più antiche civiltà, già prima che si facesse un esplicito riferimento alla fitoterapia nelle Sacre Scritture[1], conoscevano le proprietà curative e l’uso che si poteva fare di alcune piante, in seguito le nozioni acquisite furono approfondite e diversificate.
Per quanto riguarda l’Europa, il sapere medico fu trasmesso, grazie all’intermediario arabo, dalle civiltà egiziana, greca e romana[2].

In Sardegna la magia ha da sempre permeato i vari contesti della vita dei suoi abitanti e, quando la religione e la scienza hanno fatto la loro comparsa, sono dovute scendere a compromessi soprattutto laddove fosse più difficile estirpare gli appannaggi più radicati di quel periodo mitico. Secondo la tradizione sarda esistono persone particolari dotate del cosiddetto “dono”, cioè la capacità di interagire e influenzare il mondo animale e vegetale e, ovviamente, umano.
Per quanto riguarda la medicina tradizionale, sono da considerarsi guaritori, coloro ai quali è stata riconosciuta la dote del dono, essi applicano le conoscenze trasmesse dai saggi di generazione in generazione dopo aver compiuto un apprendistato, consistente nel saper riconoscere le piante medicinali, essere in grado di preparare il rimedio e applicarlo sul malato.
Le malattie curabili dalla tradizione sarda sono diverse, nel post precedente LA MEDICINA TRADIZIONALE IN SARDEGNA abbiamo avuto modo di trattare l’argomento riguardante la medicina dell’occhio, oggi parleremo della malattia della stria. 
Secondo la tradizione popolare la stria è l’uccello del malaugurio impersonato o dalla civetta o dal barbagianni, con la sua comparsa preannuncia una disgrazia. Ad essa vengono attribuiti poteri malefici che sfociano in una vera e propria malattia se, durante il suo volo, passa sopra la testa di una persona. Gli effetti della cosiddetta striatura sono riconoscibili negli occhi e nel viso del malcapitato che presenta il pallore tipico dell’itterizia.
Per diagnosticare la malattia è necessario controllare che l’altezza della persona corrisponda alla misura dell’estensione delle sue braccia, la misurazione avviene con del filo da imbastire bianco, in caso di squilibrio si procede al rito di guarigione che cambia da una zona all’altra dell’Isola.
In alcune zone si bruciano le piume del rapace notturno riducendole in cenere da versare nel caffè che andrà somministrato al malato; in altre zone l’operazione si compie nella fase terminale del ciclo lunare e insieme alle piume si brucia anche il filo utilizzato per la misurazione, con il fumo che si crea si segna la croce sopra il malato mentre si recitano i brebus (formule magiche), infine le ceneri si mischieranno, come nel caso precedente, al caffè che il malato dovrà bere a digiuno la mattina seguente.
Questa terapia rischia di essere cadere nell'oblio perché molte guaritrici non praticano più l’antica medicina per la mancanza di richieste.

Notizie tratte da:
Nando Cossu, A luna calante
Graziella Cuga, Anna Lisa Cuccui, S’Arremediu Antigu - medicina popolare nella tradizione sarda 
Dolores Turchi, Lo sciamanesimo in Sardegna
Bepi Vigna, Il popolo delle leggende



Fabrizio e Giovanna




[1] Ecclesiastico 38-4: “Il Signore fa produrre i rimedi dalla terra: l’uomo assennato non li disprezza”
[2] Gli Egiziani avevano una loro scuola medica già 2000 anni prima dei medici greci, un bassorilievo proveniente da Akhenaton raffigura una pianta medicinale, la mandragora, largamente usata durante il Medioevo. Le conoscenze mediche dell’antico Egitto si diffusero particolarmente in Mesopotamia, dove sono state rinvenute alcune tavolette che citano la canapa indiana, della quale si conoscevano le proprietà analgesiche; ma furono soprattutto i Greci e, successivamente, i Romani che ebbero la fortuna di ereditare le nozioni degli Egizi riuscendo a portarle ad un più alto livello.

SENSAZIONALE SCOPERTA ARCHEOLOGICA IN BOSNIA-ERZEGOVINA: UNA TIPOLOGIA DI TOMBA MAI VISTA PRIMA


Runa Bianca – 26/07/2011 – Il 22 luglio è stata scoperta una tomba, di una tipologia mai vista prima, all’interno di uno dei tunnel Ravne nei pressi della Piramide del Sole del famoso gruppo di piramidi scoperte nel 2005 a Visoko (Bosnia-Erzegovina).
Tomba_disDisegnoLa Fondazione Bosniaca (Archaeological Park: Bosnian Pyramid of the Sun), che cura gli scavi sulle piramidi a Visoko, si  avvale da poco più di un anno della collaborazione di un gruppo italiano di ricerca (SB Research Group) capitanato dal Prof. De Bertolis dell'università di Trieste.
La settimana scorsa la redazione di Runa Bianca è stata contattata dal Prof. De Bertolis per avvalersi della collaborazione dell'Arch. Vincenzo Di Gregorio e di alcune apparecchiature tra cui anche un georadar sofisticato costruito nelle officine di Pisa.
Già in passato negli stessi luoghi altri avevano tentato di scandagliare con dei georadar il terreno, ma con poca fortuna. Grazie invece al georadar in dotazione e con l'esperienza di Di Gregorio si è riusciti ad individuare un'anomalia posta sotto il piano di calpestio di un tratto dei tunnel Ravne.

Leggi la news:

martedì 26 luglio 2011

NURAGHI E BROCHS: II PARTE


Dun Telve-vista muro lato interno



I Nuraghi Sardi e i Brochs Scozzesi  sono dei monumenti megalitici composti da una torre troncoconica costruita con grosse pietre a secco. Le loro parti costitutive mostrano degli elementi comuni veramente sorprendenti.
Considerata la grande distanza tra la Scozia e la Sardegna è difficile sostenere l’idea di un rapporto diretto tra i due popoli costruttori, però non si può ignorare la vicinanza, quantomeno culturale, che unisce i due grandi manufatti.
Se poi si prende in esame la vicinanza architettonica di altri monumenti megalitici presenti sia in Sardegna che in Scozia, come i dolmen, i menhir e i circoli megalitici, la possibilità di una “lingua architettonica comune”, non sembra più così improbabile.
Come già accennato, i Brochs sono delle torri troncoconiche in pietra a secco, la maggior parte degli studiosi data la loro edificazione all’età del ferro e la discussione sulla loro reale funzione e sull’identità dei loro costruttori è ancora aperta, infatti una parte degli studiosi è convinta che siano monumenti autoctoni,  altri li considerano invece opera dei Pitti venuti dall’Inghilterra.
Alcuni ricercatori sono convinti che fossero le abitazioni dei capi tribù, altri che fossero dei punti di osservazione e di controllo, altri ancora li ritengono delle fortezze.
Come si può notare le teorie interpretative sulla funzione dei monumenti Scozzesi si possono tranquillamente sovrapporre a quelle sui Nuraghi Sardi.
La datazione è differente, età del bronzo per i Nuraghi e del ferro per i Brochs, però considerato che non pochi archeologi ritengono che l’utilizzo dei Nuraghi con varie finalità si sia protratto fino all’IX-X sec. a.C. (se non oltre), non possiamo escludere che le due strutture siano state per qualche tempo coeve.
Prendiamo ora in esame le similitudini tra i due edifici megalitici.
La caratteristica più evidente è la somiglianza nella forma troncoconica delle torri circolari Scozzesi e Sarde che, ad un esame superficiale, potrebbe confondere parecchi osservatori.




Dun Troddan
Santa Sirbana














I Brochs come i Nuraghi sono dotati di un doppio guscio murario, entro il quale trova posto una scala elicoidale intramuraria che conduce ai livelli superiori, l’accesso ad essa nei primi è ricavato nel perimetro della camera principale al pian terreno, mentre nei secondi si trova in una nicchia dell’andito d’ingresso.



Dun Telve- doppio guscio
Nuraghe Is Paras- doppio guscio


















Carn Liath-scala intramuraria
Nuraghe Santa Barbara- scala intramuraria

















Si accede al Broch tramite un ingresso architravato posto sul piano di campagna privo di finestrella sovrastante l’architrave, in molti di essi è presente una nicchia d’andito paragonabile a quelle Sarde.




Nuraghe Lighei- ingresso 

Dun Telve- ingresso














Carn Liath- nicchia d'andito
Is Paras- nicchia d'andito













La differenza sostanziale fra le due strutture prese in esame riguarda la copertura delle torri, nei Nuraghi è sempre presente la tholos, realizzata con cerchi concentrici di pietre aggettanti, nei Brochs non vi è traccia di essa e si presuppone che fosse realizzata con grosse lastre di pietra sostenute da un pilastri, come nei Talayot delle Baleari, o con legno e frasche.
I nuraghi sono opere architettoniche complesse uniche al mondo, gli antichi costruttori possedevano nozioni ingegneristiche veramente notevoli, quindi è fuori luogo (allo stato attuale delle conoscenze) pretendere di trovare strutture nuragiche fuori dalla Sardegna, però non si può negare che nel caso dei Brochs si respiri inequivocabilmente una certa aria di famiglia.


Fabrizio e Giovanna




Le foto dei Brochs ci sono state gentilmente fornite da Andrea Cera.





lunedì 25 luglio 2011

CAGLIARI IN EPOCA CATALANO - ARAGONESE - II PARTE


Gli Aragonesi, come abbiamo già visto nel precedente post CAGLIARI IN EPOCA CATALANO - ARAGONESE - I PARTE, cercarono da subito di rendere aragonese la città, concentrando la loro attenzione soprattutto nel quartiere marinaro.

Alla fine del XIV sec. la città di Cagliari non era più circoscritta al Castello, ma si estendeva fino al mare attraverso il nuovo quartiere.
Ancora oggi è possibile osservare uno di questi baluardi nei resti delle strutture inglobate nell’albergo Scala di Ferro.
È possibile intuire anche l’altro versante delle mura del quartiere della Marina, oggi ormai illeggibile, relativo al baluardo di Sant’Agostino che occupava gran parte del largo Carlo Felice di fronte al palazzo comunale.
Per quanto riguarda la chiesa di Sant’Agostino, quella attualmente presente nella via Baylle è successiva all’originale, edificata nel quartiere di Stampace nel largo Carlo Felice nell’area occupata dal palazzo Accardo, annessa ad un monastero di Romitani di Sant’Agostino.


Ingresso chiesa di Sant'Agostino  via Baylle



Secondo il Padre Torelli il primo impianto della chiesa risalirebbe al 338 ad opera dello stesso santo di passaggio nell’Isola prima di recarsi in Africa.
Tra il 1400 e il 1420, i monaci agostiniani edificarono sopra la cripta una chiesa più vasta in stile gotico-catalano che però non ebbe lunga vita, fu infatti abbattuta nel XVI sec. sotto il regno spagnolo di Filippo II, in occasione dei lavori di potenziamento del sistema difensivo della città, poiché il nuovo bastione in previsione sarebbe dovuto passare proprio sull’area occupata dalla chiesa.
Il re volle risparmiare solo la cappella sovrastante la cripta che però fu rasa al suolo alla fine del XIX secolo per far posto al palazzo Accardo, per fortuna rimane ancora oggi un disegno di Pietro Martini pubblicato nel 1858 che riporta la sua linea.

Ingresso alla cripta di Sant'Agostino
Attualmente sopravvive la cripta, raggiungibile attraverso delle scale interne al palazzo, dove filtra tra i muri dell’acqua ritenuta miracolosa, perché secondo la tradizione, conteneva le spoglie di Sant’Agostino portate dal Vescovo di Ruspe Fulgenzio, durante il suo esilio in Sardegna determinato dalle persecuzioni del re vandalo Trasamondo  nel primo quarto del VI secolo.
Davanti all’ingresso è presente una targa in cristallo dove vengono esaltate le virtù terapeutiche dell’acqua benedetta.


Le reliquie di Sant’Agostino rimasero nella cripta fino al 712, quando il re longobardo Liutprando, in occasione della momentanea occupazione saracena, le riscattò per trasportarle a Pavia, capitale del suo regno, da allora le reliquie riposano lontano dalla loro sede originaria.
Per quanto riguarda l’attuale chiesa, presente in via Baylle, è stata smentita la teoria che fosse stata costruita sull’impianto della precedente chiesa di San Leonardo con l’annesso lebbrosario, che invece si trovava più o meno nel punto in cui sorgeva il vecchio mercato dove ora si trova la banca d'Italia. Da un diploma datato 12 giugno 1226, è emerso che la chiesa esisteva già in epoca pisana con l’ospedale annesso e un orto rivolto verso il mare. Un altro documento, questa volta aragonese del 15 dicembre 1433, riporta la concessione enfiteutica di un pezzo di terreno davanti al mare a favore della chiesa.

Banca d'Italia






Fabrizio e Giovanna


domenica 24 luglio 2011

ARCHEOLOGIA: NURAGHI SARDI E BROCHS SCOZZESI



Dun Troddan
Santa Sirbana



I Nuraghi Sardi e i Broch Scozesi sono dei monumenti megalitici che nonostante la distanza geografica e la differente datazione, mostrano elementi architettonici che denotano una parentela quantomeno culturale.
In questo filmato si alterneranno le immagini di entrambi  i monumenti al fine di evidenziare gli elementi che li accomunano, in attesa di un prossimo post che affronterà nel dettaglio l'argomento.
Ringraziamo il nostro amico Andrea Cera che ci ha concesso di pubblicare le foto dei Brochs che ha scattato in occasione di un suo recente viaggio in Scozia. 




video


Fabrizio e Giovanna