mercoledì 31 agosto 2011

ARCHITETTURA: Poseidonia / Paestum e il tempio “di Nettuno”




L’antica città di Poseidonia fu una delle più fiorenti colonie della Magna Grecia. L’area che ne ospita i resti rappresenta oggi uno dei maggiori tesori archeologico-architettonici dell’Antichità e uno dei vanti del patrimonio archeologico e artistico dell’Italia meridionale.

La città antica, fondata presumibilmente tra la metà e l’inizio del VII secolo a. C. da coloni greci (secondo le fonti Achei e Dori) provenienti da Sibari (città sulla costa ionica calabrese, nel golfo di Taranto), occupa un’ampia area della piana alluvionale del fiume Sele, nel territorio dell’odierno comune di Capaccio (Salerno).

I resti monumentali, rimasti quasi ignoti per secoli a causa dell’isolamento della zona, divenuta malarica in seguito all’impaludamento della foce del fiume, furono “riscoperti” alla metà del Settecento, epoca a cui risalgono i primi disegni e stampe dei templi; i primi interventi di scavo sistematico del sito risalgono, invece, ai primi anni del Novecento; tali campagne di scavo riportarono alla luce i resti del settore pubblico della città e alcuni quartieri residenziali (per lo più di epoca romana), togliendo in tal modo i templi dal loro secolare isolamento nella campagna e reinserendoli opportunamente nel contesto della città di cui facevano parte.

La cerchia delle mura greche, molto ben conservata (databile dal IV al I sec. a. C. con alcuni tratti più antichi del VI-V), circonda ancora oggi come un anello l’area della città antica per quasi 5 chilometri, rendendoci un’idea della sua estensione (circa 120 ettari, di cui solo 25 scavati). 
Mura, porta Sirena
Mura, presso porta Sirena

Poseidonia era collegata al mare per mezzo di una laguna, oggi scomparsa, e dotata di un trafficato porto che consentiva i collegamenti e i commerci marittimi lungo la costa tirrenica.
L’area della città ha restituito tracce preistoriche della presenza umana, che vanno dal Paleolitico all’età del bronzo, con resti molto interessanti di alcuni villaggi di capanne di età neolitica.
La città fondata dai Sibariti prese il nome di Poseidonia, e vide nei secoli VI e V a. C. la sua fase di massimo splendore, con la costruzione dei grandiosi monumenti che ancora oggi testimoniano la ricchezza e la prosperità della sua vita commerciale e culturale. La fase di massima crescita e sviluppo segue l’episodio della distruzione della città madre Sibari, avvenuto nel corso della guerra contro Crotone nel 510 a. C..

Verso la fine del V sec. a. C. Poseidonia venne conquistata dalla popolazione indigena dei Lucani, conquista che non fu violenta e che portò ad un passaggio senza traumi di rilievo: si ritiene, infatti, che più che di una conquista militare si sia trattato di una graduale affermazione politica della popolazione lucana a scapito dell’elemento greco. La città mantenne integra la propria funzionalità e il proprio assetto urbanistico, senza distruzioni o stravolgimenti. Ai Lucani si deve probabilmente il cambio di nome, che fu mutato in Paistom. Le necropoli di questa fase (fine V-IV sec. a. C.) sono particolarmente rilevanti perché hanno restituito un alto numero di tombe con decorazioni pittoriche di grande rilievo e corredi funerari preziosissimi, oggi esposti nel Museo Archeologico Nazionale di Paestum, nei pressi dell’area archeologica.

Dopo la brevissima parentesi del 331 a. C., quando Paistom fu conquistata dall’esercito del re dell’Epiro Alessandro il Molosso, che aveva sconfitto i Lucani, si giunge alla importante data del 273 a. C. quando, dopo la guerra contro Pirro, la città fu definitivamente occupata dai Romani, che cambiarono il nome lucano in quello di Paestum, con il quale è conosciuta ancora oggi. La romanizzazione di Paestum fu molto profonda; Roma vi dedusse una colonia di diritto latino e riorganizzò l’abitato secondo lo schema delle città romane, con la costruzione di nuove infrastrutture e edifici monumentali (come, ad esempio, il foro e l’anfiteatro). 
I principali monumenti greci, tuttavia, tra cui i grandiosi templi, sopravvissero indenni senza modifiche di sorta.

 La prosperità di Paestum continuò anche sotto il dominio romano e la sua potenza navale fu di grandissimo aiuto a Roma nel corso della prima e seconda guerra punica.
Il declino della città iniziò in seguito al graduale impaludamento della piana circostante e all’insabbiamento del porto, fattori che causarono la perdita dell’importanza commerciale, un impoverimento inarrestabile con il conseguente peggioramento delle condizioni di vita e un lento spopolamento della città, i cui pochi abitanti rimasti si ritireranno, nei secoli dell’alto medioevo, nei centri abitati in quota sulle montagne circostanti.
Alcuni dati archeologici hanno dimostrato che, nelle ultime fasi di vita di Paestum, la scarsa popolazione residua si era ritirata nell’unico punto leggermente sopraelevato della città, l’area più a nord intorno al tempio di Atena (noto tradizionalmente come tempio “di Cerere”) e che quest’ultimo, con opportuni adattamenti, era stato convertito in chiesa cristiana.

Tra i numerosi edifici superstiti della città greca si è scelto di presentarne uno tra i meglio conservati: il così detto tempio di Nettuno, edificio ammirevole per le sue qualità architettoniche e per il suo eccezionale stato di conservazione, che ne fa uno tra i monumenti più rappresentativi della Magna Grecia.


L’intitolazione tradizionale a Poseidone / Nettuno è di fantasia, e le fu conferita in riferimento al nome della città, di cui costituiva certamente l’edificio di maggior rilievo. Alcune fonti e dati archeologici fanno ipotizzare una dedica ad Apollo o a Zeus. L’edificio, di ordine dorico, databile con buona approssimazione intorno alla metà del V secolo a. C., è un grande tempio periptero esastilo, cioè con la cella circondata da un giro di colonne e con un numero di sei colonne sulle fronti principali. Misura circa metri 25x60 e sorge su un alto crepidoma costituito da tre gradoni, che lo innalza sul piano di campagna e ne aumenta l’imponenza. Il colonnato, come già visto, presenta 6 colonne sui lati brevi e 14 su quelli lunghi; 

la cella (naos) del tempio è costituita da un vano diviso in tre navate da due file di 7 colonne su due ordini (ampio lo spazio centrale, più angusti quelli laterali); due scale collocate ai lati dell’ingresso, di cui rimangono poche tracce, consentivano l’accesso alle parti alte del tempio, probabilmente in funzione delle operazioni di manutenzione. 

L’ingresso del naos è preceduto da un pronao in antis (costituito cioè dal prolungamento dei muri laterali della cella e da due colonne interposte, che racchiudono uno spazio che funge da vestibolo alla cella stessa); una struttura analoga (opistodomo) è collocata, simmetricamente, sul lato opposto del naos (ovest), accessibile solo dall’ambulacro interno al colonnato. 

I muri perimetrali della cella sono andati quasi del tutto perduti, mentre sussistono in buone condizioni i colonnati interni.

Eccezionalmente integra è, invece, la peristasi esterna del tempio; le 36 colonne doriche, alte circa 9 metri, presentano un fusto molto massiccio e una rastremazione (assottigliamento del diametro del fusto dal basso verso l’alto) molto accentuata: le colonne hanno infatti un diametro di circa 2 metri alla base e un metro e mezzo in alto. L’entasis (rigonfiamento del fusto a circa un terzo dell’altezza) è meno accentuata rispetto ad altri edifici dorici del periodo. 

L’elevato numero delle scanalature che caratterizza i fusti (in numero maggiore rispetto ad altri templi) è un espediente che conferisce maggiore slancio ascensionale alle colonne e attenua, parzialmente, la sensazione di pesantezza che ci si aspetterebbe da strutture di queste dimensioni.
Sulle colonne, concluse in alto dai canonici echino (elemento rigonfio a “cuscinetto”) e abaco (elemento parallelepipedo a base quadrata), che caratterizzano l’ordine dorico, poggia un’alta trabeazione, formata da un architrave liscio e dal fregio con triglifi (formelle in pietra con scanalature decorative verticali)  e metope (elementi quadrangolari in pietra, lisci o scolpiti, che si alternano ai triglifi) non scolpite; un cornicione di coronamento fortemente aggettante e i due timpani triangolari sui lati brevi concludono l’edificio. 

Restano poche tracce degli elementi di copertura e della policromia originaria dell’edificio, che doveva presentarsi ai contemporanei interamente rivestito da uno strato pittorico a colori vivaci.
Una fitta serie di ulteriori accorgimenti ottici ed elaborati calcoli matematici per le proporzioni fanno di questo tempio pestano un capolavoro dell’architettura e una delle massime espressioni della cultura e della civiltà greche.
Davanti alla facciata principale (est) sorgono i resti di due grandi altari per i sacrifici, uno coevo al tempio, l’altro databile a età tardo-repubblicana (I sec. a. C.).

Nicola S.

martedì 30 agosto 2011

LA DEA MADRE: I volti della Dea - Circe -




Secondo la leggenda Circe era figlia di Elio, il Dio Sole e di Perseide, una delle figlie del titano Oceano. Era sorella di Eete il re della Colchide, quindi zia di Medea. Le due donne, oltre che dal vincolo di sangue, erano anche legate dalla comune conoscenza dei segreti della magia.
Viveva nell’isola di Eea, un luogo non civilizzato coperto da una fitta selva con un’economia basata sulla caccia, la pesca e l’agricoltura.
La maga amò non corrisposta il giovane Glauco, che a sua volta amava Scilla, la quale venne trasformata in un mostro da Circe, che avvelenò la fonte presso la quale i due giovani erano soliti incontrarsi.
Omero nell’Odissea fece approdare Ulisse fortuitamente nell’isola della maga Circe dopo aver evitato i Sardi Lestrigoni. Durante un giro di perlustrazione i suoi uomini, comandati da Euricolo, notarono delle abitazioni costruite con pietre squadrate dotate di porte rese lucenti dagli ornamenti bronzei; le pietre squadrate fanno pensare a delle costruzioni megalitiche e le porte lucenti richiamano alle famose porte micenee, questo particolare potrebbe essere indicativo del fatto che Omero per la stesura del suo poema si rifece a delle tradizioni orali di molto precedenti la sua epoca.
Davanti all’abitazione della maga vi erano degli animali feroci stranamente mansueti e questo, insieme all’aspetto dell’edificio, insospettì Euriloco che, contrariamente al resto degli uomini della spedizione ricognitiva, rifiutò l’invito ad entrare nel palazzo.
Gli incauti che accettarono l’invito e, dopo aver assaggiato i cibi e le bevande preparati ed offerti dalla maga, furono trasformati in maiali.
Euricolo, non vedendo i suoi compagni uscire dal palazzo si allarmò e riferì l’accaduto ad Ulisse. Mentre l’eroe andava in soccorso dei compagni  incontrò il dio Ermes che gli consigliò di mischiare un’erba magica chiamata moly ai cibi offertigli dalla maga per restare immune alla trasformazione. L’eroe greco, immunizzato dall’erba magica, accettò tutti i cibi senza subire alcun male e riuscì a far tornare umani i suoi compagni minacciando la maga di morte. Liberati gli uomini, Ulisse si trattenne un anno da Circe ed ebbe da lei un figlio che chiamò Telegono. Il tempo di permanenza risultava eccessivo per i suoi uomini che lo costrinsero a lasciare l’isola, la maga gli consigliò di  recarsi negli inferi per chiedere all’ombra di Tiresia la strada migliore per il rientro a casa.
Qui si conclude il racconto omerico, analizziamo adesso la figura della maga. 
Come abbiamo già detto era la zia semidivina di Medea, come lei è capace di amare gli uomini, anche se il suo non è un sentimento profondo ma il frutto di un capriccio come denota l'enorme quantità di uomini trasformati in bestie.
Un altro elemento comune è la vendetta che non lascia posto alla compassione per le vittime.
Entrambe le maghe, inoltre, rappresentano il ruolo archetipico, più spiccato in Medea, del femminile inteso come ponte tra il male e l'uomo.
Nell'episodio Omerico si cela un'altra chiave di lettura, ossia lo scontro tra religione arcaica e moderna. La prima è quella che, nella sua visione naturalistica, viene qui rappresentata dalla selva in cui vive Circe, dalle costruzioni forse megalitiche e dalla padronanza dei segreti della natura prettamente appannaggio del femminile; la nuova religione greca codificata in schemi rigidi atta unicamente a legittimare i rapporti sociali e di potere, trova riscontro invece sia nella figura di Euriloco che, in qualità di coscienza moderna, teme il passato e fugge da esso senza cercare di integrarlo a quella realtà a cui è abituato, sia da quella di Ulisse, che riesce per un anno a ridurre la potenza della maga relegandola al ruolo di sposa e madre.
Secondo varie interpretazioni moderne Circe potrebbe anche rappresentare, da un lato la donna risentita nei confronti del tradimento dell'uomo che sfrutta la sua carica erotica al fine di dimostrare la sua superiorità, dall'altro la donna che, raggiunta la consapevolezza della propria generosità, riesce a rompere la sua scorza di risentimento e decide di rimettersi in gioco.

Fabrizio e Giovanna



Riferimenti bibliografici:
Omero, Odissea
Fernando Jiménez del Oso, Streghe

Archeologia, trovata a Gerusalemme una daga romana completa di fodero


Eccezionale scoperta nell'ambito degli scavi
in un antichissimo canale di drenaggio vicino
al tempio di Salomone: una spada romana del I secolo dopo Cristo. Rinvenuta anche una
pietra che reca l'incisione del tradizionale candelabro ebraico, però a cinque braccia e non a sette
.


Una spada appartenuta a un soldato romano, col suo fodero, e l'incisione di una menorah, il candelabro a sette braccia simbolo dell'ebraismo, su un manufatto di pietra: questi gli ultimi reperti del Tempio di Gerusalemme che sono stati trovati durante i lavori che la Israel Antiquities Authority sta compiendo nel canale di drenaggio risalente a duemila anni fa, tra la città di David e il parco archeologico di Gerusalemme. Il canale, informa un servizio del sito internet Istaele.net, venne usato dagli abitanti Gerusalemme come nascondiglio e rifugio dai romani durante la distruzione del Secondo Tempio (I secolo dopo Cristo). 


    News originale: http://www.ilgiornale.it/cultura/archeologia_

domenica 28 agosto 2011

ARCHEOLOGIA: visita alla necropoli di Anghelu Ruju - Alghero (Video)


In attesa dell'articolo più dettagliato che pubblicheremo a breve, proponiamo il filmato che contiene alcune immagini sulla necropoli più estesa ed importante del nord Sardegna.








Fabrizio e Giovanna

sabato 27 agosto 2011

TRAMONTO CAGLIARITANO

Quando l'afa e l'umido trasfigurano l'immagine della città trasformandola in opera d'arte




Fabrizio e Giovanna

Diodoro Siculo & Pausania: Iolao e la Sardegna





Come forse qualcuno ricorda, tempo addietro ho trattato i miti della Sardegna secondo Pausania, nell'articolo Pausania il periegeta (110-180 d.C.)e la storia della Sardegna.
L'articolo aveva lasciato tanti punti in sospeso, dubbi più che certezze.
Oggi, frugando nel testo di Diodoro Siculo "Biblioteca Storica" (di cui ho parlato in Diodoro Siculo e la sua opera: Biblioteca storica), ho trovato alcuni riferimenti alla Sardegna e alcuni chiarimenti ai dubbi sollevati in precedenza...
Ma prima di iniziare vediamo cosa si può dire sulle fonti, cioè su Pausania il Periegeta e su Diodoro Siculo.
Pausania (Παυσανίας / Pausanías) fu uno scrittore e geografo greco del II secolo d.C., nato probabilmente a Magnesia di Sipile nella Lidia, detto il Periegeta in quanto si occupava, diremo noi, di scrivere "guide turistiche".
La sua opera più importante è, per l'appunto, "Periegesi della Grecia", da lui visitata in lungo e in largo e descritta con dovizia di particolari anche storici. L'opera è articolata in dieci libri. L'Attica (libro I), Corinto (Libro II), Laconia, (Libro III), Messenia (Libro IV), Elide (Libri V e VI), Acaia (Libro VII), Arcadia (Libro VIII), Beozia (Libro IX) e la Focide (Libro X).

Diodoro Siculo é uno storico della Magna Grecia, di Agirion in Sicilia (attualmente nota come Agiria in provincia di Enna), vissuto nel I° secolo a.C.
Dopo un viaggio in Egitto compiuto intorno al 60 a.C. e grazie alle risorse disponibili a Roma e alla sua conoscenza anche del latino, cominciò la stesura della sua opera universale, la "Biblioteca storica".
La Biblioteca era composta da 40 libri...

La prima considerazione da fare é dunque la seguente, Diodoro è una fonte più antica! E' possibile dunque che Pausania si sia rifatto ai suoi testi... certamente non può essere avvenuto il contrario.

Ma ora vediamo che cosa ho trovato di interessante...

In primo luogo Pausania ci ha parlato dell'arrivo in Sardegna di un certo Iolao. Ma chi era quest'uomo?

Ma vediamo innanzitutto di ricordare cosa ci dice il nostro Pausania...

[2] Si dice che i Libici furono i primi che vi arrivarono con i propri vascelli: il loro capo si chiamava "Sardus" figlio di Maceris, chiamato Ercole dagli Egiziani e dai Libici"

"il viaggio più celebre che ha compiuto questo Maceris è stato quello di Delfi. Sardus aveva il comando dei Libici che si erano stabiliti a Ichnusa, così l'Isola cambiò nome e prese da lui quello di Sardegna."

[3] "Diversi anni dopo, Aristeo e i Greci che erano con lui, approdarono nell'Isola. Aristeo, a quel che si dice, era figlio di Apollo e di Cirene..."

[4] Ma non è per niente probabile che Dedalo, per la colonia o per altri fatti, avesse potuto associarsi ad Aristeo sposo di Autonoe figlia di Cadmo; Dedalo in realtà visse all'epoca del regno di Edipo a Tebe. Del resto, coloro che arrivarono con Aristeo non fondarono alcuna città, non essendo, per quel che io credo, ne forti ne numerosi per poterlo fare.

[5] Dopo Aristeo, gli Iberici passarono in Sardegna guidati da Norax (Νώρακι), ed essi fondarono la città di Nora (Νώρα), che fu, a quel che si dice, la prima città dell'Isola. Norax era, si dice, figlio di Mercurio e di Eritia, figlia di Gerione.
La quarta spedizione, composta da Tespiesi e Ateniesi, arrivò in Sardegna agli ordini di Iolao (Ἰόλαος) e fondarono la città di Olbia (Ὀλβίαν)."
"Si possono trovare ancora in Sardegna, dei luoghi chiamati Iolai, e gli abitanti di quest'Isola rendono gli onori a Iolao..."
[6] Quando Troia fu conquistata molti Troiani fuggirono ed alcuni di questi , scappati assieme ad Enea, furono scaraventati in Sardegna dai venti, e qui si mescolarono con i Greci che vi si erano stabiliti in precedenza; i Barbari non fecero mai la guerra contro i Greci e i Troiani sia perché le forze militari erano pressoché le stesse sui due fronti, sia perché nessuno osava attraversare il fiume Thorsus (Θόρσος) che separava i loro territori.

[7] Molti anni dopo, i Libici passarono nuovamente nell'Isola con forze considerevoli e cominciarono a fare la guerra contro i Greci che morirono pressoché tutti in questo periodo o comunque ne sopravvissero ben pochi. I Troiani si rifugiarono sulle alture dell'Isola, nelle montagne inaccessibili a causa delle pareti di roccia e dei precipizi e portano ancora oggi il nome di Iliensi, nonostante assomiglino in tutto ai Libici dei quali hanno adottato le armi ed il genere di vita..."

Ecco tutta la spiegazione secondo Pausania...
Dunque, in primo luogo vediamo se il nostro Diodoro Siculo ci può aiutare a capire chi era Iolao.

Diodoro ci parla della Corsica e della Sardegna nel libro V ai capitoli 13 - 15.

"Nei pressi di Cyrnus (Corsica) c'é un'isola chiamata Sardegna, circa delle dimensioni della Sicilia, abitata da barbari chiamati Iolai e si pensa che questi discendano dagli uomini che vi si stanziarono con Iolao e i Tespiadi. Nel tempo in cui Eracle era impegnato nel compimento delle sue famose "Fatiche", aveva avuto numerosi figli dalle figlie di Tespio, questi furono inviati in Sardegna dallo stesso Eracle, nel rispetto di certi oracoli, assieme ad una notevole forza composta da Greci e barbari, allo scopo di stabilirvi una colonia.

Iolao, nipote di Eracleera incaricato della spedizione e prendendo possesso dell'isola fondò delle importanti città e dopo aver diviso le terre in lotti chiamò il popolo della colonia "Iolei", dal suo nome. Costruì palestre e templi per gli dei e ogni cosa che potesse contribuire a rendere lieta la vita dell'uomo, ancora oggi restano i ricordi.
L'oracolo che parlava della colonia conteneva anche la promessa che tutti coloro che avrebbero partecipato all'impresa avrebbero mantenuto la libertà per sempre..."

Diodoro prosegue dicendo che la previsione dell'oracolo si é rivelata vera fino ai suoi giorni, ne i Cartaginesi ne i Romani riuscirono mai i conquistare i nativi dell'Isola che si ritirarono sulle montagne e scavavano grotte in cui vivere protetti.

Nei primi tempi, Iolao, dopo aver contribuito a regolare gli affari della colonia, tornò in Grecia, ma i Tespiadi furono i capi dell'Isola per molte generazioni fino a che furono guidati fuori dall'Isola verso l'Italia, dove si stabilirono nella regione di Cuma".

Credo proprio che Diodoro sia da considerare una delle fonti di Pausania! Ma credo anche che egli abbia fatto ricorso anche ad altre fonti.
Una cosa é certa, abbiamo aggiunto un piccolo tassello alla conoscenza della storia della Sardegna...
E se vogliamo abbiamo anche modo di datare gli avvenimenti.
Se Iolao era nipote di Eracle, possiamo ragionevolmente posizionare questi avvenimenti al periodo intorno alla distruzione di Troia cantata da Omero, dunque siamo intorno al 1300-1200 a.C.!
Lo stesso Eracle infatti partecipò alla guerra...


Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO
Fonte: http://tuttologi-accademia.blogspot.com/2009/02/diodoro-siculo-pausania-iolao-e-la.html

venerdì 26 agosto 2011

I TEMPLARI: LE FORTEZZE DEL TEMPIO IN TERRA SANTA



Gran parte dell’enorme importanza bellica che i Templari raggiunsero in Terra Santa, fu legata al possesso di fortezze, castelli, borghi e case fortificate dotate di fattorie e orti, ricalcando di fatto la loro organizzazione economico-militare in Europa.
Molti principi franchi si resero conto che il mantenimento di piazzeforti di grandi dimensioni era economicamente fuori dalla loro portata, perciò quando gli eventi bellici si inasprirono, chiamarono gli Ordini Militari a presidiare tali difese che spesso venivano loro donate.
La scelta di donare e affidare le opere difensive agli Ordini era dettata sia dal noto valore militare di Templari, Ospitalieri e Teutonici, sia dal fatto che essi disponevano di ingenti patrimoni tali da permettere di mantenere in perfetta efficienza gli avamposti in Terra Santa.
Il sistema di difesa del territorio in Terra Santa era basato sugli ordini militari, ma risultava frazionato, infatti il pattugliamento delle strade e il controllo dei luoghi strategici risultava impossibile nei territori d’Oltremare; prima di tutto perché i territori passavano repentinamente dai Cristiani ai Musulmani e poi perché le fortezze erano distribuite in maniera del tutto irrazionale.
A fronte di una massiccia presenza di piazzeforti tra Giaffa ed Haifa si aveva un’assoluta mancanza di presidi nei punti di grande rilevanza strategica come i passi interni e i valichi di montagna.
Da questo quadro difensivo-territoriale risulta chiaro che le grandi fortezze templari di Acri e Gerusalemme ebbero un’importanza strategica di gran lunga maggiore rispetto alla fitta rete di castelli e fortezze disseminate nel territorio che ebbero per lo più un’importanza logistica, in quanto svolgevano funzione di caserme e centri di presidio di polizia, da utilizzare come punti di partenza per attaccare gli Arabi.
La valenza logistica dei presidi templari fu data, probabilmente, dal fatto che al loro interno trovavano posto grandi magazzini di alimentari, riserve d’acqua e una grande quantità di armi, dalle quali attinsero anche le armate cristiane di passaggio.
L’Ordine del Tempio non possedette mai in Terra Santa più di una decina di castelli e fortezze contemporaneamente.
I primi castelli dell’Ordine in Palestina furono fortezze di origine bizantina situate in Siria settentrionale, alle quali poi se ne aggiunsero delle nuove soprattutto durante la Terza Crociata (1189-1192) ad opera di Riccardo Cuor di Leone e Filippo Augusto di Francia.
In questo periodo vi fu una vera e propria rivoluzione dell’architettura, che caratterizzò le opere difensive fino alla scoperta della polvere da sparo.
Per edificare le loro fortezze Templari utilizzarono tecniche sia tecniche di origine bizantina, sia quelle provenienti dai nuovi sviluppi in campo ingegneristico-bellico, provenienti dall’Europa.
La tipica fortezza medievale del XII sec. vide la nascita del mastio, una grande torre in pietra fortificata e dotata di feritoie. Questa struttura si rivelò ben presto inadatta a sostenere l’impatto delle nuove tecniche di assedio e di assalto, molto spesso accompagnate dall’utilizzo di macchine da guerra.
In risposta alla minaccia delle tecniche d’assedio, il mastio venne circondato da una o più cinte murarie collegate fra loro e dotate di torri di dimensioni più contenute di quella centrale, sormontate da spalti e da camminamenti di ronda.
Tali camminamenti merlati vennero dotati di feritoie che coprivano il tiro dei difensori e di caditoie dalle quali il nemico veniva sottoposto ad una pioggia di sassi, di frecce e a volte dal famoso olio bollente.
Un ulteriore innovazione fu rappresentata dal cosiddetto “fuoco di infilata”, che consisteva nella realizzazione di una cortina muraria dotata di due punti protetti in grado di attaccare autonomamente gli assedianti lateralmente.
Le nuove tecniche ingegneristiche trovarono in Terra Santa la loro massima espressione nel grande Krak dei Cavalieri Ospitalieri e nell’imprendibile Athlit dei Templari.
Nei prossimi articoli prenderemo in esame nel dettaglio alcune fortezze del Tempio in Palestina.

Fabrizio e Giovanna


Notizie tratte da:
Ennio Pomponio, Templari in battaglia  

giovedì 25 agosto 2011

LA CHIESA DI NOSTRA SIGNORA DEL REGNO - ARDARA


L’epigrafe di consacrazione dell’altare maggiore, attualmente murata a destra del presbiterio, attesta che Ardara fu capoluogo del Giudicato di Torres tra il 1065 e il 1107.  La fabbrica del castello e della cappella palatina fu voluta da Giorgia, sorella del giudice di Torres e di Arborea Gonario-Comita.

L’edificio romanico poggia su una base di roccia e la trachite nera utilizzata per la sua costruzione lo rende elegante e maestoso.
La facciata è divisa in tre settori, che corrispondono alla divisione interna in tre navate, in quello centrale è presente una bifora rincassata con colonnina, capitello e un alloggio per un bacino ceramico nella parte superiore.

Il portale architravato presenta un arco di scarico a sesto rialzato e sopracciglio con modanatura.


L’abside è orientata a N-E,  presenta delle monofore gradonate e il semicatino è segnato da una doppia cornice.
     
Sul lato sinistro si erge il campanile a canna quadrangolare, in trachite scurissima con conci di media pezzatura, recante particolari tipologie costruttive di influenza lombarda.
All’interno presenta uno schema basilicale, la navata centrale presenta una copertura lignea, mentre quelle laterali sono voltate a crociera; ogni navata è separata dalle altre da otto colonne in trachite nera con abaco a tavoletta, terminanti con capitelli dorici e corinzi.   




Fabrizio e Giovanna

mercoledì 24 agosto 2011

Pausania il periegeta (110-180 d.C.)e la storia della Sardegna







La lettura del libro di Ettore PAIS, "Storia della Sardegna e della Corsica" e di "Le colonne d'Ercole un'inchiesta" di Sergio FRAU, mi hanno spinto alla ricerca del testo di Pausania "Periegesi della Grecia"...
Pausania (Παυσανίας / Pausanías)) fu uno scrittore e geografo greco del II secolo dopo Cristo, nato probabilmente a Magnesia di Sipile nella Lidia, detto il periegeta in quanto si occupava, diremo noi, di scrivere "guide turistiche".
La sua opera più importante è, per l'appunto, "Periegesi della Grecia", da lui visitata in lungo e in largo e descritta con dovizia di particolari anche storici. L'opera è articolata in dieci libri. L'Attica (libro I), Corinto (Libro II),Laconia, (Libro III), Messenia (Libro IV), Elide (Libri V e VI), Acaia (Libro VII), Arcadia (Libro VIII), Beozia (Libro IX) e la Focide (Libro X). Perché questo interesse? Direte voi...
Perché è un testo antico, in primis, e dunque mi interessa... perché il libro X parla della Sardegna antica (perché poi ne parla se il titolo è Periegesi della Grecia?) e dunque ancor più interessante! Tanto interessante che mi reco in alcune librerie a Roma, e non le più piccole per vedere cosa riesco a trovare... cerco tra i libri ed ecco che salta fuori Pausania, quasi subito... Certo che potrebbero fare anche una edizione completa, invece che costringere il lettore a comprarsi tutti i singoli volumi... io sono interessato al volume decimo, vediamo se c'è...
Niente da fare... i volumi arrivano fino all'VIII! Gli ultimi due non ci sono! Stessa storia poco lontano, in un'altra grossa libreria di Roma... ed è uguale anche nella terza! Mi arrendo. Torno a casa e cerco su internet,Wikipedia di solito non mi delude... ed è così infatti! Basta un po di pazienza e la conoscenza di alcune lingue oltre l'italiano e di solito si trova tutto!
Seguo il link per una edizione completa in doppia lingua, francese e greco, e riesco così a leggere il X libro... L'indice mi indica che la Sardegna è trattata alcap. XVII e così... inizio la lettura... perdonate la traduzione "barbara" ma il mio francese è abbastanza maccheronico...

[1] "I Barbari che abitano la Sardegna, isola situata ad ovest, hanno inviato a Delfi la statua in bronzo di colui dal quale hanno presso il nome..."

Dunque i Sardi della Sardegna si chiamano cosi dal nome del loro fondatore... o Re, presumibilmente si doveva chiamare "Sardo"... ma andiamo avanti...

"La Sardegna, per la sua estensione e la sua fertilità, può essere comparata alle isole più rigogliose... "

ci dice Pausania... e ciò mi fa piacere, non come ne parlava Cicerone...

"Io non so quale fosse l'antico nome con cui la Sardegna è chiamata dai suoi abitanti, ma i Greci che vi navigavano per il commercio, la chiamavano Ichnusa perché essa ha assolutamente la forma del piede d'un uomo; essa è lunga 1120 stadi e 470 stadi di larghezza."

[2] Si dice che i Libici furono i primi che vi arrivarono con i propri vascelli: il loro capo si chiamava "Sardus"...

Ecco, lo sapevo...

"... figlio di Maceris, chiamato Ercole dagli Egiziani e dai Libici"

Ercole... ecco che si comincia a parlare di Ercole... un nome ed un mito, anzi, un nome e tanti miti...

"il viaggio più celebre che ha compiuto questo Maceris è stato quello di Delfi. Sardus aveva il comando dei Libici che si erano stabiliti a Ichnusa, così l'Isola cambiò nome e prese da lui quello di Sardegna."

Libici e isolani vissero assieme dividendosi l'Isola... poi arrivarono i Greci:

[3] "Diversi anni dopo, Aristeo e i Greci che erano con lui, approdarono nell'Isola. Aristeo, a quel che si dice, era figlio di Apollo e di Cirene..."

Aristeo decise di stabilirsi in Sardegna...

"e c'è chi dice che Dedalo in quello stesso periodo si trovasse obbligato a lasciare "Camicus" a causa della spedizione dei Cretesi e così si sia associato ad Aristeo per questa colonia.

[4] Ma non è per niente probabile che Dedalo, per la colonia o per altri fatti, avesse potuto associarsi ad Aristeo sposo di Autonoe figlia di Cadmo; Dedalo in realtà visse all'epoca del regno di Edipo a Tebe. Del resto, coloro che arrivarono con Aristeo non fondarono alcuna città, non essendo, per quel che io credo, ne forti ne numerosi per poterlo fare.

[5] Dopo Aristeo, gli Iberici passarono in Sardegna guidati da Norax (Νώρακι), ed essi fondarono la città di Nora (Νώρα), che fu, a quel che si dice, la prima città dell'Isola. Norax era, si dice, figlio di Mercurio e di Eritia, figlia di Gerione.
La quarta spedizione, composta da Tespiesi e Ateniesi, arrivò in Sardegna agli ordini di Iolao (Ἰόλαος)..."

Lo Iolao da cui ebbe origine il popolo degli Iolei o Ilienses di cui parla il Pais, sicuramente.

"e fondarono la città di Olbia (Ὀλβίαν)."

Pare che tra gli Ateniesi ci fosse un tale "Grillus" dal quale deriverebbe una località chiamata "Ogryllé"... ma non sono sicuro di aver capito bene...

"Si possono trovare ancora in Sardegna, dei luoghi chiamati Iolai, e gli abitanti di quest'Isola rendono gli onori a Iolao..."


[6] Quando Troia fu conquistata molti Troiani fuggirono ed alcuni di questi , scappati assieme ad Enea, furono scaraventati in Sardegna dai venti, e qui si mescolarono con i Greci che vi si erano stabiliti in precedenza; i Barbari non fecero mai la guerra contro i Greci e i Troiani siaperché le forze militari erano pressoché le stesse sui due fronti, sia perché nessuno osava attraversare il fiume Thorsus (Θόρσος) che separava i loro territori.

[7] Molti anni dopo, i Libici passarono nuovamente nell'Isola con forze considerevoli e cominciarono a fare la guerra contro i Greci che morirono pressoché tutti in questo periodo o comunque ne sopravvissero ben pochi. I Troiani si rifugiarono sulle alture dell'Isola, nelle montagne inaccessibili a causa delle pareti di roccia e dei precipizi e portano ancora oggi il nome diIliensi, nonostante assomiglino in tutto ai Libici dei quali hanno adottato le armi ed il genere di vita..."

Ecco tutta la spiegazione secondo Pausania... e perché mai non dargli retta? Sono forse meglio le Carte di Arborea (che non conosco... ancora) o il "nulla" che si dice contraddistingua la storia dei Sardi?

[8] "Di seguito alla Sardegna c'é un'Isola, chiamata Cyrnos (Κύρνος) dai Greci e Corsica (Κορσική) dai Libici che vi abitano. Una grossa parte della popolazione a causa di disordini civili passò in Sardegna e si impadronì della parte di montagne in cui si stabilì. I Sardi chiamarono questi abitanti Corsi (Κορσοί) dal nome della loro patria."

[9] "I Cartaginesi (Καρχηδόνιοι), nel periodo della loro massima potenza sul mare, soggiogarono i popoli della Sardegna, ad eccezione degli Iliensi e dei Corsi, che ritiratisi nelle loro montagne, fuggirono dalla schiavitù. I Cartaginesi fondarono anche essi nell'Isola due città, Caralis (Κάραλίν) e Sulcis (Σύλκους). Alcuni alleati dei Cartaginesi, Libici o Iberici, entrarono in discussione per la spartizione del bottino, li abbandonarono in un momento di collera e si spostarono a vivere nella parte più elevata dell'Isola equi presero il nome di Balari che, nella lingua dei Cyrniensi (Corsi) significa "fuggitivi"."

Caspita! Così i Balari, secondo Pausania, erano un popolo che arrivò da fuori assieme ai Cartaginesi... Peccato che Pausania ci abbia riferito il significato di Balari ma non faccia cenno del significato di Caralis e Sulcis, chissà...

[10] "Queste sono le razze che abitano la Sardegna ed è così che vi si stabilirono.
Sul lato Nord e dalla parte del continente dell'Italia quest'Isola è bordata di montagne inaccessibili... Seguendo la costa troverete dei porti per ivascelli, ma dei venti irregolari e molto violenti soffiano perennemente dall'alto delle montagne verso il mare."

[11] Nel centro dell'Isola si trovano delle altre montagne meno alte; l'aria, in questi luoghi è per la maggior parte del tempo carica di vapori e malsana, a causa di concrezioni saline e di un vento del sud, sporco e violento. che vi domina: le montagne sul lato dell'Italia impediscono ai venti del Nord di penetrarvi e di rinfrescare l'aria... Altri pensano che l'Isola diCyrnos (sempre la Corsica!) che è separata dalla Sardegna per mezzo di un tratto di mare di circa otto stadi e che è montagnosa e molto elevata per tutta la sua estensione, impedisca ai venti del nord ed allo Zefiro di farsi sentire

[12] I serpenti di quest'Isola non sono pericolosi per l'uomo in quanto non sono velenosi, non si vedono lupi. Gli arieti selvatici non sono più grandi che altrove ma hanno la stessa forma degli arieti che si possono trovare nelle opere di fabbricazione Egineta. Essi hanno il tronco più villoso e le corna si ricurvano di colpo verso le orecchie, essi sorpassano in velocità tutti gli animali selvatici."

[13] "In tutta l'Isola non c'è che una sola specie di pianta il cui veleno è mortale. Assomiglia al sedano e chi ne mangia muore, a quanto si dice, ridendo: è perciò che Omero e quanti l'hanno seguito, hanno chiamato "riso sardonico" quello causato da qualcosa di sgradevole... "

Ed ecco il significato di "riso sardonico"...

"Questa pianta cresce particolarmente attorno alle fontane senza per questo comunicare all'acqua qualità velenifere."

E così Pausania ci lascia, dopo queste righe di storia della Sardegna, spiegandoci i motivi che l'hanno spinto a scrivere sulla Sardegna... "principalmente perché quest'Isola è molto conosciuta dai Greci..."

Quanto mi avrebbe fatto piacere sentire questa storia quando, ragazzino, frequentavo la scuola in un piccolo paese della Sardegna...

Meglio tardi che mai!

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

Fonte:

http://tuttologi-accademia.blogspot.com/2008/08/pausania-il-periegeta-110-180-dce-la.htm




lunedì 22 agosto 2011

LA CHIESA DI SAN MICHELE DI SALVENNOR - PLOAGHE



La chiesa si trova lungo la statale 597 Sassari - Olbia a 3 Km da Ploaghe

La chiesa era annessa all’abazia vallombrosana di San Michele di Salvennor acquisita dai monaci prima del 1138. La presenza dei Vallombrosani nel Logudoro risale al XII sec., quando il giudicato di Torres era retto da Costantino I che diede il suo beneplacito in virtù della sua posizione  favorevole a Pisa.
Non si sa né come né quando la chiesa passò ai monaci; è certo che la chiesa fu edificata  tra il 1065 e il 1082 per volontà del giudice Mariano I e che il 25 maggio del 1139 una bolla papale confermò ai Vallombrosani il suo possesso insieme all’annesso monastero.
Il monastero era molto ricco e comprendeva un terreno di oltre seimila ettari che fruttava enormi guadagni, inoltre godeva di enormi privilegi, tra i quali spicca quello concesso dal papa Innocenzo II nel 1139 dove si riconosceva la facoltà di proibire ai vescovi di celebrare messa nella chiesa.
I Vallombrosani rimasero a Salvennor fino alla seconda metà del XIV sec. iniziarono a decadere dal 1259, quando cadde il giudicato di Torres. Già nel XVI sec. l’abbazia era semidistrutta e i monaci erano pressoché assenti. 

La chiesa, costruita con pietre calcaree e vulcaniche bianche e nere, con pianta a croce commissa dotata di tre absidi semicircolari, è frutto di ampi rimaneggiamenti che hanno parzialmente risparmiato soltanto la parte posteriore.

La facciata è tripartita e ogni sezione è inquadrata da lesene, al centro il portale, architravato con arco di scarico a tutto sesto con ghiera, è sovrastato da un oculo, al di sopra del quale domina una sequenza di nove archetti a tutto sesto e doppia ghiera. 


Il frontone sovrastante, anch'esso tripartito da semicolonne poste in asse con le lesene sottostanti, è sovrastato da un secondo oculo con una croce greca inscritta.






Nel fianco sinistro è presente un vano di forma quadrata dove sono presenti trentadue arcatelle a tutto sesto con doppia ghiera sorrette da capitelli, quattro monofore centinate a doppio strombo e una porta, oggi chiusa, con architrave a timpano.


Internamente l'aula è divisa in tre navate, quella centrale ha copertura lignea, mentre quelle laterali sono voltate a crociera.




Nella parte posteriore dotata di tre absidi, quella centrale è divisa  in cinque parti delimitate da lesene dove si alternano tre monofore centinate a doppio strombo, 







quelle laterali sono invece divise in tre  parti, sempre delimitate da lesene, ognuna dotata di monofora sempre centinata a doppio strombo








Fabrizio e Giovanna


Le notizie storiche sono tratte da:
Giovanni Francesco Fara, Chorographia Sardiniae
G. Zanetti, I Vallombrosani in Sardegna
R. Di Tucci, Il Condaghe di San Michele di Salvennor

domenica 21 agosto 2011

TEMPLARI: L'INVESTITURA




L’Ordine del Tempio nacque in Terra Santa e la maggior parte delle loro risorse erano destinate a questo scopo, però in Europa era molto forte la loro presenza con commende, chiese e una grande quantità di proprietà i cui proventi finanziavano i fratelli di stanza in oriente.
La presenza Templare in occidente era capillare, i maggiorenti dell’Ordine avevano frequenti rapporti con le maggiori personalità sia ecclesiastiche che laiche.
Il loro modo di vivere, ordinato e severo, affascinava gli uomini del medioevo e soprattutto  i giovani cavalieri cadetti di famiglie nobili con patrimoni non molto grandi.
Immaginiamo l’impatto che potevano avere questi guerrieri della fede, tutti vestiti uguali, bene equipaggiati con armi e armature robuste ma non di lusso, sottoposti ad una disciplina ferrea, che avevano votato la loro vita ad un ideale utopico, in una società cavalleresca dove il coraggio e la morte gloriosa in battaglia erano dei valori importantissimi.
Il giovane cavaliere che mostrava interesse per l’Ordine veniva accolto nella Casa, ma nessuno dei monaci del Tempio gli chiedeva di prendere i voti, questa era una regola ferrea, i Templari dovevano fare proselitismo con l’esempio e non con le parole.
Al postulante veniva concesso di condividere in parte la vita monastica, in modo che potesse rendersi conto della vita che avrebbe dovuto scegliere in piena libertà, perché una volta pronunciato i voti non sarebbe più potuto tornare indietro se non a prezzo di vergogna e severe punizioni.
La vita di un Templare era regolata da numerosi obblighi e divieti i più importanti dei quali erano comunicati al novizio al momento della sua investitura, mentre gli altri di minore entità gli avrebbe imparati durante il suo servizio.
Il postulante dopo aver fatto domanda di ammissione doveva come consuetudine attendere la conferma della sua accoglienza; questo periodo d’attesa serviva ai dignitari dell’Ordine per prendere le necessarie informazioni sul nuovo venuto.
Egli doveva essere cavaliere figlio di cavaliere e di Dama, non poteva essere sposato o fidanzato e nessuna donna doveva in qualche modo avere dei diritti nei suoi confronti, inoltre non poteva far parte di altri ordini ed avere debiti che sarebbero dovuti essere pagati dal Tempio.
La maggior parte delle reclute veniva dalle commende di provincia dove di solito si attendeva l’arrivo di un importante dignitario per l’investitura di un nuovo Cavaliere.
Quindi seguiamo il giovane cavaliere cadetto che una volta ricevuta la risposta affermativa tanto agognata, giungeva finalmente in una commenda di provincia dove era presente un alto dignitario dell’Ordine incaricato della sua investitura.
Al nuovo venuto si aprivano le porte della commenda dove si trovavano i domestici, i cuochi e i cavalieri, tutti portavano una croce rossa cucita sul cuore come emblema di appartenenza all'Ordine.
Il postulante veniva accolto all'interno della casa e attendeva che il capitolo deliberasse sulla sua richiesta. Una volta che il capitolo, presieduto dal commendatario o da un altro dignitario di passaggio e formato dai fratelli più saggi, deliberava favorevolmente, il nuovo venuto veniva invitato ad entrare in una stanza dove due fratelli  gli  anticipavano le domande che gli avrebbe fatto il capitolo e lo mettevano in guardia contro una decisione che sarebbe stata irrevocabile. Finché le sue promesse non fossero state pronunciate davanti al capitolo, egli sarebbe stato libero di andare via in qualsiasi momento, quindi l'avvertimento dei due fratelli era di vitale importanza.

Riportiamo alcune parti del rito a cui si sottoponeva il novizio  tratto da Georges Bordonove, La vita quotidiana dei Templari nel XIII secolo
La cerimonia di accettazione era preceduta da un colloquio con due fratelli più anziani ritenuti più saggi:

il fratello più anziano: "Chiedi di entrare nella nostra compagnia?"  
il novizio: "Si Signore"
il vecchio fratello, secondo la consuetudine, seguitava elencando i divieti e gli obblighi ai quali sarebbe stato sottomesso, poi aggiungeva: "Fratello, sopporterai tutto questo per amore di Dio? Sei ben deciso? Vuoi essere schiavo della Casa, da ora in poi per tutti i giorni della tua vita?"
il novizio: "Accetterò tutto questo per amore di Dio, e voglio essere servo e schiavo della Casa per sempre"
il vecchio fratello concludeva così il suo intervento: "Fra poco ti verrà chiesto se hai una sposa e una fidanzata, se hai pronunciato voti in un altro ordine, se hai debiti, se sei sano di corpo e uomo libero. Devi rispondere con onestà e senza nulla nascondere, perché una tua menzogna danneggerebbe l'Ordine e ti esporrebbe ai nostri castighi. Cosa risponderai?"
il novizio: "Sono libero da tutti questi legami"

I due Templari dopo aver parlato con il postulante si recavano al capitolo per rendere conto della loro conversazione, dichiarando di aver redarguito il nuovo venuto su tutti i pericoli e gli obblighi che lo attendevano e che egli aveva dichiarato di essere libero da qualsiasi impedimento e pronto ad essere servo della Casa.
Colui che presiedeva il capitolo, dopo aver ascoltato il rapporto dei due templari, chiedeva se qualcuno dei presenti rilevasse o fosse a conoscenza di un qualche impedimento per l'accoglienza del nuovo cavaliere. 

Iniziava così la cerimonia di accettazione: 

i due fratelli tornavano dal novizio per istruirlo sul comportamento da tenere e le parole da pronunciare davanti al capitolo. 
Secondo le istruzioni ricevute, il giovane si inginocchiava a mani giunte e diceva: "Signore, sono venuto davanti a Dio davanti a te e davanti ai fratelli e vi prego, vi imploro per Dio e Nostra Signora di accogliermi nella vostra compagnia e di farmi partecipe dei benefici della Casa"
il dignitario: "Amato fratello, tu chiedi molto, perché del nostro Ordine non vedi che la scorza che è al di fuori. La scorza che tu vedi sono i nostri bei cavalli e le nostre belle armature; vedi che mangiamo e beviamo bene e abbiamo dei begli abiti, e per questo credi che con noi starai bene. Ma tu non sai quali dure leggi vigono all'interno: perché è cosa dura per te, che sei nato signore, dover diventare servo. D'ora in poi non farai più ciò che desideri: se vuoi stare di qua dal mare ti si manderà di là e sei vuoi rimanere ad Acri ti si invierà a Tripoli o ad Antiochia oppure nelle Puglie o in Sicilia o in Francia o in Borgogna. Se vorrai dormire ti si farà vegliare e vorrai vegliare ti sarà ordinato di riposare. Quando sarai a tavola ti verrà ordinato di andare dove un altro vorrà e non saprai dove. Sarai in grado di sopportare tutte queste difficoltà?"
il novizio:  "Si Signore, a Dio piacendo."

Dopo aver nuovamente esortato il giovane a pensare bene a ciò che lo attendeva, veniva invitato ad uscire e il dignitario, rivolgendosi al capitolo, chiedeva nuovamente se qualcuno dei presenti avesse da obiettare circa l'accoglienza. 
Se il capitolo si esprimeva favorevolmente il nuovo venuto  veniva reintrodotto nel capitolo e pronunciava le parole del rituale di accoglienza:

"Signore, vengo davanti a Dio, davanti a te e davanti ai fratelli e vi prego e vi imploro per Dio e nostra Signora di accogliermi nella vostra compagnia e ammettermi spiritualmente e temporalmente ai benefici della Casa, come colui che vuole essere servo e schiavo della Casa, ormai per sempre".

Il dignitario redarguiva ulteriormente il novizio sui rigori della Casa e chiedeva ancora il parere del capitolo, questa volta davanti a lui, gli ripeteva le domande iniziali e, alla sua risposta affermativa, gli faceva rinnovare la promessa di servire per sempre la Casa. 
Dopo questo passaggio finale il dignitario prendeva una cappa con la croce vermiglia e la poneva sulle spalle del nuovo Templare, il cappellano recitava il Pater Noster e il presidente del capitolo lo baciava sulla bocca in segno di omaggio feudale.
Il suono della campana accompagnava l'emozione del nuovo cavaliere.






Fabrizio e Giovanna 


Notizie tratte da Georges Bordonove, La vita quotidiana dei Templari nel XIII secolo