mercoledì 31 agosto 2011

ARCHITETTURA: Poseidonia / Paestum e il tempio “di Nettuno”




L’antica città di Poseidonia fu una delle più fiorenti colonie della Magna Grecia. L’area che ne ospita i resti rappresenta oggi uno dei maggiori tesori archeologico-architettonici dell’Antichità e uno dei vanti del patrimonio archeologico e artistico dell’Italia meridionale.

La città antica, fondata presumibilmente tra la metà e l’inizio del VII secolo a. C. da coloni greci (secondo le fonti Achei e Dori) provenienti da Sibari (città sulla costa ionica calabrese, nel golfo di Taranto), occupa un’ampia area della piana alluvionale del fiume Sele, nel territorio dell’odierno comune di Capaccio (Salerno).

I resti monumentali, rimasti quasi ignoti per secoli a causa dell’isolamento della zona, divenuta malarica in seguito all’impaludamento della foce del fiume, furono “riscoperti” alla metà del Settecento, epoca a cui risalgono i primi disegni e stampe dei templi; i primi interventi di scavo sistematico del sito risalgono, invece, ai primi anni del Novecento; tali campagne di scavo riportarono alla luce i resti del settore pubblico della città e alcuni quartieri residenziali (per lo più di epoca romana), togliendo in tal modo i templi dal loro secolare isolamento nella campagna e reinserendoli opportunamente nel contesto della città di cui facevano parte.

La cerchia delle mura greche, molto ben conservata (databile dal IV al I sec. a. C. con alcuni tratti più antichi del VI-V), circonda ancora oggi come un anello l’area della città antica per quasi 5 chilometri, rendendoci un’idea della sua estensione (circa 120 ettari, di cui solo 25 scavati). 
Mura, porta Sirena
Mura, presso porta Sirena

Poseidonia era collegata al mare per mezzo di una laguna, oggi scomparsa, e dotata di un trafficato porto che consentiva i collegamenti e i commerci marittimi lungo la costa tirrenica.
L’area della città ha restituito tracce preistoriche della presenza umana, che vanno dal Paleolitico all’età del bronzo, con resti molto interessanti di alcuni villaggi di capanne di età neolitica.
La città fondata dai Sibariti prese il nome di Poseidonia, e vide nei secoli VI e V a. C. la sua fase di massimo splendore, con la costruzione dei grandiosi monumenti che ancora oggi testimoniano la ricchezza e la prosperità della sua vita commerciale e culturale. La fase di massima crescita e sviluppo segue l’episodio della distruzione della città madre Sibari, avvenuto nel corso della guerra contro Crotone nel 510 a. C..

Verso la fine del V sec. a. C. Poseidonia venne conquistata dalla popolazione indigena dei Lucani, conquista che non fu violenta e che portò ad un passaggio senza traumi di rilievo: si ritiene, infatti, che più che di una conquista militare si sia trattato di una graduale affermazione politica della popolazione lucana a scapito dell’elemento greco. La città mantenne integra la propria funzionalità e il proprio assetto urbanistico, senza distruzioni o stravolgimenti. Ai Lucani si deve probabilmente il cambio di nome, che fu mutato in Paistom. Le necropoli di questa fase (fine V-IV sec. a. C.) sono particolarmente rilevanti perché hanno restituito un alto numero di tombe con decorazioni pittoriche di grande rilievo e corredi funerari preziosissimi, oggi esposti nel Museo Archeologico Nazionale di Paestum, nei pressi dell’area archeologica.

Dopo la brevissima parentesi del 331 a. C., quando Paistom fu conquistata dall’esercito del re dell’Epiro Alessandro il Molosso, che aveva sconfitto i Lucani, si giunge alla importante data del 273 a. C. quando, dopo la guerra contro Pirro, la città fu definitivamente occupata dai Romani, che cambiarono il nome lucano in quello di Paestum, con il quale è conosciuta ancora oggi. La romanizzazione di Paestum fu molto profonda; Roma vi dedusse una colonia di diritto latino e riorganizzò l’abitato secondo lo schema delle città romane, con la costruzione di nuove infrastrutture e edifici monumentali (come, ad esempio, il foro e l’anfiteatro). 
I principali monumenti greci, tuttavia, tra cui i grandiosi templi, sopravvissero indenni senza modifiche di sorta.

 La prosperità di Paestum continuò anche sotto il dominio romano e la sua potenza navale fu di grandissimo aiuto a Roma nel corso della prima e seconda guerra punica.
Il declino della città iniziò in seguito al graduale impaludamento della piana circostante e all’insabbiamento del porto, fattori che causarono la perdita dell’importanza commerciale, un impoverimento inarrestabile con il conseguente peggioramento delle condizioni di vita e un lento spopolamento della città, i cui pochi abitanti rimasti si ritireranno, nei secoli dell’alto medioevo, nei centri abitati in quota sulle montagne circostanti.
Alcuni dati archeologici hanno dimostrato che, nelle ultime fasi di vita di Paestum, la scarsa popolazione residua si era ritirata nell’unico punto leggermente sopraelevato della città, l’area più a nord intorno al tempio di Atena (noto tradizionalmente come tempio “di Cerere”) e che quest’ultimo, con opportuni adattamenti, era stato convertito in chiesa cristiana.

Tra i numerosi edifici superstiti della città greca si è scelto di presentarne uno tra i meglio conservati: il così detto tempio di Nettuno, edificio ammirevole per le sue qualità architettoniche e per il suo eccezionale stato di conservazione, che ne fa uno tra i monumenti più rappresentativi della Magna Grecia.


L’intitolazione tradizionale a Poseidone / Nettuno è di fantasia, e le fu conferita in riferimento al nome della città, di cui costituiva certamente l’edificio di maggior rilievo. Alcune fonti e dati archeologici fanno ipotizzare una dedica ad Apollo o a Zeus. L’edificio, di ordine dorico, databile con buona approssimazione intorno alla metà del V secolo a. C., è un grande tempio periptero esastilo, cioè con la cella circondata da un giro di colonne e con un numero di sei colonne sulle fronti principali. Misura circa metri 25x60 e sorge su un alto crepidoma costituito da tre gradoni, che lo innalza sul piano di campagna e ne aumenta l’imponenza. Il colonnato, come già visto, presenta 6 colonne sui lati brevi e 14 su quelli lunghi; 

la cella (naos) del tempio è costituita da un vano diviso in tre navate da due file di 7 colonne su due ordini (ampio lo spazio centrale, più angusti quelli laterali); due scale collocate ai lati dell’ingresso, di cui rimangono poche tracce, consentivano l’accesso alle parti alte del tempio, probabilmente in funzione delle operazioni di manutenzione. 

L’ingresso del naos è preceduto da un pronao in antis (costituito cioè dal prolungamento dei muri laterali della cella e da due colonne interposte, che racchiudono uno spazio che funge da vestibolo alla cella stessa); una struttura analoga (opistodomo) è collocata, simmetricamente, sul lato opposto del naos (ovest), accessibile solo dall’ambulacro interno al colonnato. 

I muri perimetrali della cella sono andati quasi del tutto perduti, mentre sussistono in buone condizioni i colonnati interni.

Eccezionalmente integra è, invece, la peristasi esterna del tempio; le 36 colonne doriche, alte circa 9 metri, presentano un fusto molto massiccio e una rastremazione (assottigliamento del diametro del fusto dal basso verso l’alto) molto accentuata: le colonne hanno infatti un diametro di circa 2 metri alla base e un metro e mezzo in alto. L’entasis (rigonfiamento del fusto a circa un terzo dell’altezza) è meno accentuata rispetto ad altri edifici dorici del periodo. 

L’elevato numero delle scanalature che caratterizza i fusti (in numero maggiore rispetto ad altri templi) è un espediente che conferisce maggiore slancio ascensionale alle colonne e attenua, parzialmente, la sensazione di pesantezza che ci si aspetterebbe da strutture di queste dimensioni.
Sulle colonne, concluse in alto dai canonici echino (elemento rigonfio a “cuscinetto”) e abaco (elemento parallelepipedo a base quadrata), che caratterizzano l’ordine dorico, poggia un’alta trabeazione, formata da un architrave liscio e dal fregio con triglifi (formelle in pietra con scanalature decorative verticali)  e metope (elementi quadrangolari in pietra, lisci o scolpiti, che si alternano ai triglifi) non scolpite; un cornicione di coronamento fortemente aggettante e i due timpani triangolari sui lati brevi concludono l’edificio. 

Restano poche tracce degli elementi di copertura e della policromia originaria dell’edificio, che doveva presentarsi ai contemporanei interamente rivestito da uno strato pittorico a colori vivaci.
Una fitta serie di ulteriori accorgimenti ottici ed elaborati calcoli matematici per le proporzioni fanno di questo tempio pestano un capolavoro dell’architettura e una delle massime espressioni della cultura e della civiltà greche.
Davanti alla facciata principale (est) sorgono i resti di due grandi altari per i sacrifici, uno coevo al tempio, l’altro databile a età tardo-repubblicana (I sec. a. C.).

Nicola S.

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