martedì 19 novembre 2013

SPIEGHIAMO MERCATORE - V PARTE



Il Grande Mercatore ha seri problemi con la forma e l’orientamento della Groenlandia



sia per la forma e sia sul come posizionarla rispetto al Circolo Polare Artico. Dove non ha dubbi è sulla causa del magnetismo terrestre. Perché l’ago della bussola veniva attratto dal Polo Nord?
Sembrerebbe che al Polo Nord si trovi una grandissima pietra nera (una calamita). Questa grossa pietra era posta al centro di una grandissima isola. Vero Paradiso Terrestre; dal clima saluberrimo.
 I Pigmei che l’abitavano misuravano 4 quattro piedi di altezza…
( Mercatore aveva rappresentato quel continente artico sulla relazione d’ un certo Jacopo Gnoxe di Bosleduc, il quale racconta che un certo Frate Francescano, Inglese d’Oxford l’avea vedute  e, scoperte quelle terre,  aveale misurate coll’Astrolabio, e con la misura Geometrica.)

I nostri commentatori dovrebbero andare più cauti nei loro giudizi. Premesso che i Pigmei vivono nell’altro emisfero, premesso che ognuno capisce quello che vuol capire, possiamo dire che al frate francescano fu indicata la grande isola posta sul POLO ANTARTICO..

I Pigmei non vivono nella Groenlandia come gli Orsi Polari non si trovano nel Madagascar.
Eppure le due isole, se le si comincia a girare a specchio…. hanno molto in comune. Unica differenza: la coltre bianca. Se ci propinano la Groenlandia con terre verdeggianti, fiumi e monti
consiglierei di andare sull’altro emisfero; dopo averla girata a specchio..



Saranno,  pure, Terre favolose, descritte e misurate da improbabili viaggiatori ma… quelle forme della Groenlanidia e del Madagascar sono riprese direttamente da una Terra sferica. Quella forma non si può inventare.  Magari la si può presentare girata a specchio come risulta dalle carte. Anche Finnaeus (Finneo) la presenta con quella forma. Quella era l’immagine che possedevano.



Presentarla con il verso giusto non è un buon segno:


Restiamo a Mercatore e alla spiegazione della sua spiegazione:
 


C’è la spiegazione della Wikipedia e la mia.
recita la Wikipedia:  Distanze e il Direttorio Organum
Nulla da dire: c’è una bellissima spiegazione.

Io, che non conosco la matematica e che non mi fido delle traduzioni automatiche della Rete, seguiterò a cercare il Portolano riportato nell’immagine.
 


Certo che…


confondere il Madagascar con la Greonlandia …. non è il massimo.
Complimenti agli Addetti alle carte

Rolando Berretta




martedì 17 settembre 2013

Cagliari – Il castello di San Michele


Il castello detto “di San Michele” – nei documenti è chiamato anche “di Bonvehì” – sorge nella moderna periferia nordoccidentale di Cagliari, sulla sommità dell’omonimo colle, a oltre 100 metri s.l.m. e domina, dalla sua splendida posizione, l’intera area urbana cagliaritana e un’amplissima porzione del sud della Sardegna. 
In particolare, dalla cima del colle si abbracciano: l’intero arco del golfo degli Angeli a sud; 
Veduta della città dal colle, verso sud
l’entroterra del Campidano a nord, con le principali strade d’accesso alla città e al suo porto (il porto non è visibile dal castello); 
Veduta della città dal colle, verso nord
le catene montuose del Sarrabus, dei Sette Fratelli e del Gerrei da sud-est a nord-est; 

Veduta della città dal colle, verso sud-est
Veduta della città dal colle, verso est
Veduta della città dal colle, verso nord-est
le montagne di Capoterra, dell’Iglesiente e il massiccio del Linas da sud-ovest a nord-ovest;

Veduta della città dal colle, verso sud-ovest

Veduta della città dal colle, verso ovest

Veduta della città dal colle, verso nord-ovest
in condizioni di buona visibilità è possibile distinguere in lontananza i primi contrafforti del Gennargentu. 

Il maniero è in comunicazione visiva con tutto il sistema di difesa costiero del golfo, da Pula a capo Carbonara e, limitatamente all'epoca medioevale, si interfaccia direttamente con la torre di San Pancrazio di Cagliari (oggi purtroppo in parte coperta da edifici moderni) e con il castello di Acquafredda a Siliqua, ben visibile verso nord-ovest. Dunque l’edificio è percepibile da tutta la città e dai dintorni anche a diversi chilometri di distanza, ed è certamente uno degli elementi fondamentali che caratterizzano il paesaggio del capoluogo.
Il colle di San Michele da nord-est
(da via dei Pioppi)
Il colle di San Michele da nord-est
(da via del Timo) 
Il colle di San Michele da nord-est
(da via Fratelli Alinari)
Il colle di San Michele da nord-ovest
(dal cimitero di San Michele)
Il colle di San Michele da sud
(dal colle di Monte Claro)
Il colle di San Michele da sud-ovest
(da via Belvedere)
Il colle di San Michele da sud-est
(da via Eleonora Fonseca)
Nonostante questo, il monumento – senza dubbio una delle strutture fortificate meglio conservate del Medioevo sardo – è poco conosciuto e non ha ancora oggi, all’interno dei percorsi turistici della città, la rilevanza che merita. Diverse sono le questioni tutt’ora aperte e irrisolte che riguardano la sua storia e le sue origini, e il quadro offerto dalla bibliografia esistente sull’argomento è quanto mai frammentario ed eterogeneo. La complessità degli interventi strutturali e architettonici che il castello ha subito nel corso dei secoli rende poco agevole una ricostruzione certa delle sue fasi costruttive; la storiografia ottocentesca e buona parte di quella degli ultimi decenni (anche quella specialistica) hanno sempre collocato la fondazione del castello in epoca giudicale o pisana, ritenendo appartenenti al XIII secolo le due torri del lato orientale, mentre la terza torre e le aggiunte sarebbero di epoca aragonese. 
Veduta da sud-est
Veduta da sud-ovest
Veduta da nord-est
Veduta da nord-ovest
Pur senza adeguati riscontri storici, si è spesso messo in relazione il castello di San Michele con la scomparsa capitale giudicale di Santa Igia. Gli storici dell’Ottocento sostenevano, sulla base di fonti seicentesche o più antiche, che il castello fosse sorto sui resti di un monastero e di una chiesa appartenute ai Certosini. La notizia sembrerebbe non avere fondamento, ma è da segnalare subito, però, che le strutture del monumento inglobano, sul lato ovest, i resti di una piccola chiesa romanica, probabilmente in origine intitolata all’arcangelo Michele e che potrebbe aver dato il nome al colle e, in seguito, al castello. Giovanni Spano, nel 1861, testimonia che, ancora a metà dell’Ottocento, si celebrava la messa nel giorno sacro all’arcangelo, anche se non è possibile appurare se l’oratorio citato dallo Spano sia o meno la chiesetta romanica suddetta, che in quegli anni doveva essere probabilmente inglobata e nascosta dalle strutture più recenti. 
Della chiesa medioevale si può oggi vedere la sezione inferiore della facciata, rivolta a occidente, con due portali lunettati affiancati e separati da una lesena; sopra uno dei portali si notano i resti di una monofora; la particolare struttura di questo prospetto induce a pensare che si trattasse di una chiesa a due navate, sul modello di altre ancora esistenti nei dintorni. 


La sua appartenenza ai Vittorini, da alcuni proposta in base a certe analogie stilistiche con altre chiese di proprietà di quest’ordine, non sembra avere riscontro nei documenti storici. Alcuni fusti di colonna e basi in pietra calcarea recuperati nel corso degli scavi potrebbero riferirsi alle strutture dell’aula dell’edificio sacro, smantellato in epoca imprecisabile. 

In assenza di elementi caratterizzanti, è difficile datare la chiesa, per la quale si può proporre, prudentemente, una cronologia compresa tra il XII e il XIII secolo. Resta priva di fondamento la tesi secondo la quale il piccolo edificio sacro risalirebbe all’epoca altomedioevale; oltre all’assenza di riscontri documentari saldi, le caratteristiche architettoniche di ciò che resta in piedi sembrano orientare senza dubbio verso l’epoca romanica. Resta da chiarire se la chiesa, dopo essere stata inglobata dalle strutture del maniero, perse o meno la propria funzione: nulla vieta di ipotizzare che l’aula ecclesiastica sia rimasta in piedi e che fosse utilizzata come cappella anche in seguito; è anche possibile che, coincidendo il suo prospetto principale con la cortina occidentale della fortezza, gli ingressi originari siano stati tamponati fin dall’inizio, rendendo magari accessibile l’aula in altro modo dall’interno. In mancanza di riscontri, questa resta solo un’ipotesi di lavoro. Non sussistono tracce, invece, dell’ipotetico monastero.

Altra ipotesi spesso data per certa e che pare suffragata dalle fonti documentarie trecentesche, ma difficile da dimostrare, è quella secondo cui molte delle pietre con cui fu edificato il castello provengano dal monastero e dalla basilica vittorina di San Saturno; nel corso di vecchi scavi si rinvennero diversi frammenti architettonici di pregio di epoca romanica, ma di incerta origine.
Passando alle strutture del castello, così come le vediamo oggi, nessuna evidenza architettonica o notizia storica sicura ci permettono di datare le sue fasi più antiche all’epoca del dominio pisano; anzi, un attento spoglio della documentazione archivistica superstite e, in parte, pubblicata, unitamente all’esame delle strutture architettoniche originali, ci consentono di proporre una più attendibile datazione al pieno XIV secolo, successivamente alla conquista catalano-aragonese della città. Questo, tuttavia, non esclude del tutto l’idea che sul colle potesse esistere una qualche struttura fortificata più antica, ma di cui non resta alcuna traccia evidente. Da un documento del 10 luglio 1325 – conservato nell’Archivio della Corona d’Aragona a Barcellona – sembra di poter arguire che a quella data il colle, che doveva aver giocato un ruolo strategico non secondario durante l’assedio del Castello di Cagliari l’anno precedente, fosse ancora sprovvisto di fortificazioni adeguate; si parla infatti di una domum fatta costruire da Berengario Carroz – a cui il sito era stato da poco tempo assegnato in feudo insieme alle ville di Utasusu e Utaiusu – priva però di torri e fossato, e vengono citate la chiesa, sulla quale detta domum era stata edificata, e alcune case ad essa vicine. Nello stesso documento si ingiunge, quindi, al Carroz, di edificare a proprie spese, come da accordi precedenti, un castello ben munito, pena la recessione dalla concessione feudale delle suddette ville. Dunque i lavori dovettero prendere avvio negli anni immediatamente successivi, per poi completarsi gradualmente nel corso del Trecento. 

Da altri documenti degli stessi anni si conosce una controversia messa in atto dall’arcivescovo di Cagliari, per riottenere la proprietà del colle, dato che il castello era stato edificato su una proprietà ecclesiastica; la vertenza non ebbe seguito e il colle restò ai Carroz, che divennero una delle maggiori famiglie feudali sarde. 

Documenti trecenteschi riportano poi diverse rimostranze delle autorità cittadine contro Berengario II Carroz, che ospitava sul colle malviventi e fuorilegge, abusando dei privilegi concessigli dal re; negli anni, intorno al castello, si formò un borgo, testimoniato nelle carte d’archivio e di cui oggi restano scarsissime tracce. 

Il maniero ebbe poi, senza dubbio, un ruolo militare notevole nel corso della guerra contro l’Arborea. Si sa poi che, durante il Quattrocento, persa in parte la sua funzione militare e diventato dimora stabile della famiglia Carroz, divenne una lussuosa residenza, ed è a quest’epoca che si possono far risalire le grandi finestre quadrangolari aperte nelle torri. Nel 1468 è documentata l’esplosione di un deposito di polvere nel castello, evento che provocò gravi danni all’edificio e la morte del feudatario, Giacomo Carroz. Questo episodio contribuì, forse, alla fine dell’utilizzo del castello come residenza abituale della famiglia. 
A metà del Cinquecento risulta disabitato e presidiato soltanto da una piccola guarnigione. Non si conosce la data del suo passaggio al demanio statale. Nel corso del Seicento, a parte qualche piccola opera di manutenzione, il castello venne utilizzato come lazzaretto e luogo di quarantena durante la grande epidemia di peste degli anni Cinquanta, per poi subire un lento declino. Un intervento più invasivo si ebbe a metà del ‘700, quando fu ristrutturato allo scopo di trasformarlo in una moderna fortezza, con muri a scarpa e rivellini lungo le cortine esterne e agli angoli e una colmata dello spazio interno, al fine di creare le aree di manovra per le artiglierie, elevate al livello delle nuove cannoniere. Di tutte queste sovrastrutture stratificatesi nei secoli e in gran parte eliminate nel corso dei restauri è, al giorno d’oggi, difficile individuare le tracce. 

Divenuto successivamente, per diversi decenni, caserma degli invalidi, il castello fu gradualmente dismesso e abbandonato, fino al 1867, quando venne espunto dal novero delle fortificazioni e venduto a privati. Fu poi dichiarato monumento nazionale e, nel 1896, subì il primo intervento di restauro, curato da Dionigi Scano: non si trattò di opere di grande entità, e ci si limitò a un consolidamento generale delle strutture medioevali delle torri e delle cortine esterne, gravemente compromesse, e a uno sterro del piazzale interno, teso a riportare alla luce gli ambienti originari, occultati nel corso della ristrutturazione settecentesca. Ma questo non bastò a preservare il castello dall’incuria: dopo che il colle tornò in proprietà al Demanio, nel 1929 vi fu installata la stazione radio-telegrafica della Marina Militare, dismessa solo nel 1977, che rese il luogo inaccessibile per mezzo secolo. Se la pluridecennale presenza militare sul colle contribuì certamente al degrado del monumento, d’altra parte la chiusura totale dell’area preservò il castello e il colle stesso dalla speculazione edilizia di quegli anni, che andava saturando ogni spazio disponibile nella zona circostante. Per questo motivo oggi il complesso del colle presenta anche una notevole valenza paesaggistica e ambientale, che altri colli cagliaritani hanno perso o hanno visto gravemente messa a rischio, anche in anni recenti. 



A partire dal 1988 presero avvio gli interventi che hanno avuto come obiettivo lo scavo, il restauro e la valorizzazione del castello. Conclusosi a metà degli anni ’90, l’intervento eseguito sul monumento venne da subito aspramente criticato per il suo impatto invasivo sulle antiche strutture: l’interno del castello è stato, infatti, trasformato in un moderno centro culturale polivalente, destinato a ospitare mostre, convegni o quant’altro. Nonostante le opere moderne non pregiudichino la conservazione e la fruizione del monumento stesso, è l’immagine stessa del castello ad averne risentito, in quanto le strutture interne del maniero sono “affogate” in un contenitore ultramoderno, stridente sia per materiali che per forma, al punto tale da risultare incompatibile con le strutture medioevali superstiti che, in quanto allo stato di rudere, non potevano avere altra funzione se non restare monumenti di sé stesse. Immutata o quasi è, al contrario, l’immagine esterna dell’edificio.
Il castello di San Michele dall'alto, visto da nord-est
(immagine tratta da google maps)
Queste, a grandi linee, le vicende storiche di cui il monumento è stato protagonista.
Così come lo possiamo vedere oggi dopo i restauri, il castello si mostra in una forma abbastanza vicina a quella che doveva avere nel XIV e nel XV secolo. Presenta una pianta quadrangolare, caratterizzata dalla presenta di tre torri: due sul lato est, più tozze e massicce, sono con grande probabilità le più antiche; la terza, a sud-ovest, più alta, fu aggiunta probabilmente in seguito, forse ancora nel corso del Trecento.
 Lo spigolo nord-ovest, allo stato attuale, non mostra tracce di una eventuale quarta torre, che probabilmente non venne mai costruita. Il grande rivellino che si protende sul fossato in questo punto appartiene alla fase dei lavori del XVIII secolo. Le peculiarità architettoniche delle aperture visibili nelle torri (porte e finestre più antiche), contraddistinte da archi con i conci posti “a ventaglio” e da strette feritoie, sono un utile elemento di datazione, che le riconduce senza dubbio ai primi decenni della presenza catalana in Sardegna. Altre finestre più recenti, come già visto, quadrangolari, di grandi dimensioni e in alcuni casi affiancate internamente da sedili, furono aperte in rottura dei muri delle torri trecentesche presumibilmente nel corso del Quattrocento, quando la  fortezza fu trasformata in residenza signorile.
Le torri nord-est e sud-est, abbastanza simili tra loro per forma e dimensioni, vengono spesso superficialmente percepite come un unico blocco edilizio ma, a una attenta osservazione, emergono alcune differenze notevoli nella tessitura del paramento murario e in altri elementi, a dimostrazione che non sono state costruite contemporaneamente: la torre di nord-est (generalmente considerata, senza dati probanti, la più antica) mostra una esecuzione dei paramenti murari molto accurata, con una tessitura isodoma caratterizzata da conci calcarei di medie dimensioni perfettamente tagliati e messi in opera con maestria.



 
Immagini della torre nord-est 
 



La torre di sud-est presenta muratura isodoma solo negli spigoli, mentre il resto è in pietrame di dimensioni inferiori.

                        Immagini della torre sud-est

 



Entrambe le torri in questione mostrano, alla base, un robusto muro a scarpa di rinforzo, costituito da blocchi calcarei decorati a bugnato. Questa struttura costituisce uno degli elementi di maggior interesse architettonico dell’intera fortezza e, anche in questo caso, le fasi edilizie e la cronologia sono abbastanza incerte e confuse: non è chiaro, infatti, se tali elementi appartengano o meno alle prime fasi edilizie del castello. In particolare si può notare agevolmente, nella scarpa della torre sud-est, il punto in cui essa si “appoggia” al muro verticale retrostante, cosa che porta a escludere che sia in fase con le murature della torre. In assenza di dati certi o di appigli documentari, l’evidenza architettonica mostra chiaramente che si tratta di un’aggiunta, avvenuta forse ancora nel XIV secolo o nel corso del XV, epoca in cui il maniero fu residenza stabile del feudatario. La muraglia a scarpa si ritrova, ad esempio, nel muro di prospetto del castello di Villasor, datato alla prima metà del Quattrocento e, molto simile, in diversi castelli feudali della Catalogna e dell’area valenzana.
Torre sud-est
Torre sud-est


Torre sud-est
Torre nord-est


La torre nord-est presenta anche un’altra peculiarità: mostra una struttura interna molto robusta, a due piani voltati a botte, mentre le altre due torri avevano solai lignei, oggi scomparsi. Una cortina muraria, in gran parte originale, unisce le due torri sul lato orientale; in questa cortina, presso la torre sud-est, si apre il portale d’accesso al castello, caratterizzato da un arco ogivale, sormontato da due stemmi trecenteschi, quello di Cagliari e quello della famiglia Carroz. All’interno, nello spessore murario, resta ben visibile la guida in pietra in cui scorreva la saracinesca.
 
 Immagini della cortina est
 



La terza torre, posta a sud-ovest, più alta e più slanciata rispetto alle altre due, non presenta alla base la muraglia a scarpa, e generalmente viene considerata la più recente delle tre; essa mostra dei paramenti murari realizzati con poca cura, in opus incertum, con pietre di piccola pezzatura messe in opera con abbondante uso di malta. 
 
 Immagini della torre sud-ovest
 




La cortina meridionale, che unisce quest’ultima torre a quella di sud-est, mostra – a differenza di quella orientale meglio conservata – di essere stata più volte rimaneggiata, e presenta ancora, in alto, le cannoniere del XVIII secolo. Vi si apre, impropriamente, l’attuale ingresso al complesso, realizzato nel corso degli ultimi, pesantissimi restauri, aprendo una breccia nella muratura. L’accesso avviene tramite una passerella in cemento, sospesa sul fossato. 

Immagini della cortina sud


La cortina ovest, in cui si apre la facciata romanica della chiesa, si presenta molto danneggiata e integrata; la cortina nord, infine, esclusi alcuni tratti ben distinguibili, è in larga misura di restauro.
Cortina nord

 Cortina ovest


Tutte e tre le torri e le cortine mancano oggi dell’originario coronamento che, quasi certamente, era costituito da una merlatura poggiante direttamente sul filo dei muri, come possiamo osservare in altri castelli e residenze feudali della Sardegna. Non è possibile conoscere l’epoca in cui il monumento perse la merlatura e, in via ipotetica, si può pensare ancora una volta ai lavori di ristrutturazione del Settecento, in occasione dei quali le cortine vennero, con ogni probabilità, abbassate notevolmente per la realizzazione delle cannoniere.
Il castello si presenta interamente circondato da un largo e profondo fossato, la cui cronologia rimane incerta; generalmente si tende a escludere la possibilità che esso faccia parte dell’edificio medioevale (e i pochi dati di scavo sembrerebbero confermarlo), nonostante il documento citato del 1325 ne prescriva la costruzione insieme ad altre opere; appare plausibile l’ipotesi che anch’esso faccia parte dei pesanti interventi settecenteschi, che trasformarono l’antico maniero in un moderno forte; ma potrebbe trattarsi anche di un’opera seicentesca, realizzata nel corso di alcuni documentati interventi di manutenzione e potenziamento della struttura.
 

 



Durante i lavori si sono rinvenute, specie sul lato ovest, labili tracce di una porta e dell’antemurale che doveva cingere il castello e, plausibilmente, anche il borgo che gli sorgeva intorno; la sua totale distruzione potrebbe essere connessa alla realizzazione del fossato e delle altre opere esterne.
Altri elementi interessanti da segnalare, per concludere, sono le tracce lasciate nella roccia calcarea intorno al castello dal passaggio dei carri nelle varie epoche: si tratta di solchi paralleli, talvolta intersecantisi, lunghi  anche varie decine di metri. 
 


Sempre alla sommità del colle e anche all’interno del castello si possono individuare diverse cisterne, alcune delle quali probabilmente di epoca romana.
Impossibile dar conto, in poco spazio, di tutte le particolarità architettoniche dell’edificio, per cui si rimanda all’esame di alcuni testi specifici e, certamente, alla visita del castello stesso.


Ipotesi ricostruttive:
 


 


Nicola S.


Per approfondire (bibliografia essenziale):
- F. Fois, Castelli della Sardegna medioevale, Cinisello Balsamo 1992;
- R. Coroneo, Architettura romanica dalla metà del mille al primo ‘300, Nuoro 1993;
- Aa.Vv., Il castello ritrovato. Il castello e il colle di San Michele, Cagliari 1995;
- A. M. Colavitti, C. Tronchetti, Guida archeologica di Cagliari, Sassari 2003;
- M. Rassu, Rocche turrite. Guida ai castelli medievali della Sardegna, Dolianova 2007;
- M. Rassu, A. Serra, Il castello di San Michele, Iglesias 2008;

- N. Usai, Signori e chiese. Potere civile e architettura religiosa nella Sardegna giudicale (XI-XIV secolo), Cagliari, 2011.