giovedì 27 novembre 2014

LA BATTAGLIA DI SALAMINA - 23 settembre 480 a.C.




La battaglia navale di Salamina fu l’evento bellico più importante e decisivo delle guerre che videro le Poleis greche opposte all’esercito invasore del Gran Re Serse di Persia.
La battaglia navale ebbe luogo nel tratto di mare che separa l’isola di Salamina dalle coste dell’Attica; anche per questo scontro i greci utilizzarono la stessa tattica adottata alle Termopili e a capo Artemisio che consisteva nel cercare di annullare la superiorità numerica del nemico affrontandolo in uno spazio ridotto che non gli permettesse di dispiegare tutta la sua forza.
Il protagonista indiscusso dell’evento bellico fu l’ateniese Temistocle che affrontò i persiani già nel 490 a.C. nella vittoriosa battaglia di Maratona. 
Temistocle non fu solo un abile condottiero militare, ma anche un accorto stratega che, attraverso la sua attività diplomatica e la sua capacità oratoria, permise ai greci di stringere delle alleanze tra le varie città-stato e ad Atene di dotarsi di un’efficace flotta in grado di tenere testa al colosso persiano e ai molti contingenti inviati dai regni ad esso sottomessi.
 Dopo aver respinto i persiani a Maratona fu consapevole del fatto che il nemico, non accettando la sconfitta, avrebbe organizzato un’ invasione con un maggior numero di uomini e mezzi; egli fu anche il maggior sostenitore dell’opportunità che Atene si dotasse di una forte flotta perché si rese conto che le forze di terra da sole non bastavano.
Al tempo dello scontro decisivo con i persiani Atene era sotto l’influenza della politica filo-aristocratica di Milziade; questa fazione politica era convinta che i persiani dopo la sconfitta non si sarebbero più presentati in Grecia e che la falange oplitica fosse più che sufficiente per la difesa della patria, riteneva quindi che una flotta da guerra non fosse necessaria. Temistocle dovette ricorrere a tutta la sua abilità oratoria e ad uno stratagemma per ottenere il suo scopo; Atene non disponeva di materie prime per la costruzione delle navi, però ebbe la fortuna di poter disporre delle ricchissime miniere d’argento del monte Laurion nelle quali fu scoperto un nuovo ricchissimo filone, questo tesoro sarebbe dovuto essere diviso tra gli ateniesi, però Temistocle riuscì a convincere i suoi concittadini a destinarlo alla costruzione della flotta facendo loro credere che la vicina isola di Egina facesse una forte azione di pirateria minacciando i commerci della città. Gli ateniesi, preoccupati per i loro guadagni, permisero allo stratega di utilizzare il tesoretto per la costruzione delle triremi.



Le triremi erano navi da guerra lunghe 35-40 metri, larghe soltanto 6-7metri e con un pescaggio ridottissimo, erano dotate di tre ordini di rematori (da cui il nome) capaci di spingerle contro il nemico a forte velocità (6-7 nodi circa), la prora era rinforzata da un rostro in legno ricoperto di bronzo che serviva a speronare e ad affondare le navi avversarie.
Le battaglie navali del mondo antico non prevedevano la distruzione a distanza del vascello nemico, la Trireme veniva utilizzata come un siluro che colpendo il nemico con il rostro sotto la linea di galleggiamento ne provocava l’affondamento.
Solo quando i vascelli erano ormai a distanza talmente ravvicinata da impedire qualsiasi manovra diversiva si procedeva all’abbordaggio dell’imbarcazione nemica (nella battaglia di Salamina la fanteria pesante greca fu detterminante).
Anche dal punto di vista politico Temistocle dimostrò un’abilità straordinaria, riuscì, infatti, nel difficilissimo compito di creare un’alleanza tra le Poleis greche mediando tra gli interessi e i particolarismi delle stesse a discapito del suo stesso prestigio cedendo il comando allo spartiate Euribiade. La lega degli elleni fu meno numerosa del previsto, infatti tutta la Grecia a nord dell’Attica, salvo i tespiesi e i beoti, si arresero ai persiani, quindi l’alleanza greca si ridusse a Sparta, Atene, Megara, Corinto, Egina, Calcis e altre 25 città dal contributo militare praticamente nullo.
Temistocle era intenzionato a fermare i persiani nello stretto di Salamina per due motivi: era realmente convinto che solo in quel tratto di mare la flotta greca avrebbe avuto possibilità di vincere la guerra, e dopo aver visto la sua città in fiamme voleva impedire ai nemici di devastare il resto dell’Attica.
Non tutti i greci erano favorevoli al piano dell’ateniese, la maggior parte di essi (tranne i megaresi) era convinta che bisognasse ritirarsi nel Peloponneso e difenderlo ad oltranza considerando l’Attica ormai perduta.
Fu in questo frangente che, secondo Erodoto, Temistocle mise in atto uno stratagemma che indusse Serse a ingaggiare la battaglia nei pressi dell’isola di Salamina.
Senza essere visto, lasciò la sala della riunione e mandò un suo servo e pedagogo dei suoi figli, un certo Sicinno, alle navi dei Medi.
Sicinno riferì ai comandanti nemici che i greci meditavano di fuggire via mare e che agli invasori si presentava l’occasione di coglierli di sorpresa nelle acque tra Salamina e le coste dell’Attica.
I persiani cascarono nel tranello e mossero la loro imponente flotta contro gli avversari confidando nella superiorità numerica a loro disposizione.
Come in tutti gli episodi delle Guerre Persiane, anche in questo caso i greci si trovarono in netta inferiorità di uomini e mezzi: attraverso le fonti (soprattutto quelle erodotee) si calcola che la compagine ellenica disponesse di circa 370 navi in gran parte ateniesi e i persiani potessero contare su un numero di vascelli almeno doppio.
Secondo Erodoto “di fronte agli ateniesi erano schierati i fenici, che occupavano l’ala verso Eleusi e occidente; di fronte agli spartani gli ioni, disposti sull’ala verso oriente e il Pireo”.
L’angusto campo di battaglia era talmente ingombro di triremi che i marinai di Serse non poterono mettere in atto le loro manovre e far pesare la superiore perizia ed esperienza, infatti la maggior parte delle loro navi fu speronata ed affondata oppure abbordata dalla fanteria pesante greca.
La battaglia volse presto in favore dei greci che lamentarono la perdita di sole 42 unità contro le circa 200 dei persiani, il braccio di mare in breve tempo fu invaso dai rottami e i soldati di Serse che cercavano scampo aggrappandovisi vennero in gran parte trucidati dagli ateniesi ansiosi di vendicare la distruzione della loro città.
Erodoto riferisce che la battaglia fu costellata di atti di coraggio da entrambe le parti, i greci difendevano la loro terra con accanimento e i persiani erano galvanizzati dalla presenza del Gran Re, che si era fatto preparare un trono su un’altura per assistere al combattimento.
Lo storico di Alicarnasso scrive che tra gli elleni i migliori furono gli egineti e che gli ateniesi gli furono di poco inferiori, infatti, gli abitanti dell’isola di Egina furono determinanti nell’affondare le navi che tentavano di sfuggire alle temibili triremi di Atene.
Racconta inoltre un episodio accaduto ad Artemisia di Caria, unico comandante donna della flotta di Serse sulla quale gli ateniesi posero una taglia di 10.000 dracme per chi l’avesse catturata viva, reputando cosa indegna che una donna osasse minacciare Atene.
Quando ormai la flotta del Gran Re era in rotta, la nave di Artemisia si trovò braccata da una nave attica senza possibilità di fuga, decise quindi di speronare ed affondare la trireme alleata dei Calindi con a bordo il loro re Damasitimo; il comandante della nave greca vedendo l’episodio, pensò che quella che stava inseguendo fosse un’imbarcazione amica o una nemica che stesse passando dall’altra parte, virò di bordo e puntò un altro obbiettivo.
Questo fatto fruttò ad Artemisia un doppio guadagno: da una parte ebbe salva la vita, dall’altra i suo re osservando la sua mossa non si accorse che quella affondata dalla regina di Caria fosse una nave amica e lodò con i suoi consiglieri il suo coraggio pronunciando la famosa frase: “gli uomini mi sono diventati donne, e le donne uomini”.   
La vittoria dell’alleanza ellenica a Salamina fu determinante per la salvezza della Grecia, ancora una volta la tenacia e la capacità strategica si dimostrarono vincenti nei confronti della potenza e della superiorità numerica.
Serse, resosi conto dell’inevitabile disfatta, abbandonò l’Attica, lasciando indietro il generale Mardonio con circa 300.000 soldati (secondo Erodoto) per tentare una conquista di terra, che vedrà il suo momento di svolta nella battaglia di Platea, ma questo evento bellico sarà oggetto del prossimo articolo.


Fabrizio e Giovanna


Riferimento bibliografico: Erototo, "Le Storie"- Libro VIII

domenica 16 novembre 2014

Mezzo schema di Marino di Tiro


Il nostro pianeta va visto come una sfera. La sfera si può misurare, oggi, con una certa facilità grazie agli studi di Archimede. Per quello che ci riguarda dobbiamo mettere a fuoco, bene, il concetto del grande cerchio che è l’Equatore e la sua misura di 40.076 Km. Altri grandi cerchi sono i singoli meridiani (comprensivi degli antimeridiani) che passano per i Poli.



Nulla ci vieta di immaginare un grande cerchio che possiamo far passare, dove ci serve, sopra la sfera. Immaginiamo di segnare due punti in qualsiasi parte della superficie della sfera. Su quei due punti possiamo far passare un grande cerchio. La parte del nuovo grande cerchio, che tocca i due punti segnati della sfera, è la parte che ci permette di misurare la distanza tra le due località. Il nuovo grande cerchio è identico a quello dell’Equatore. Basta misurare, con l’apertura delle punte di un compasso, le due località segnate e vedere a quale lunghezza (quanti gradi)  corrisponde rispetto all’Equatore. Se si conosce la misura dell’Equatore non ci sono problemi. Se non si conosce questa misura bisognerebbe ricavarla. Se io fossi stato un Egiziano, di quelli antichi, sapendo che il Tropico cade a 24° e la Grande Piramide è a 30°… avrei misurato accuratamente  la distanza di quei 6° sul meridiano della Piramide e lo avrei moltiplicato per 60. (6 x 60 = 360). In Egitto c’erano degli abili tenditori di corde che non facevano altro che misurare tutto il paese. Un certo Eratostene, per non far capire che aveva ricopiato il metodo egiziano, lo ha personalizzato e spacciato per una sua grande scoperta. Così va il Mondo. Torniamo alla distanza minima tra due località e alla linea immaginaria che le collega: quella linea segue la curvatura della sfera. A quali calcoli complicatissimi bisogna far ricorso per conoscere la distanza delle due località?
Ma vi sembra mai possibile che Marino di Tiro non ci sia venuto incontro? Con lo schema RoBer si fa di tutto. Con l’Organum Directorium si possono disegnare gli schemi nelle diverse scale..


… e si può fare altro?
Ho visto che Mercatore ha raffigurato una strana proiezione e un suo Organum Directorium.
Da quella proiezione, con lo schema RoBer, posso ottenere (partendo dall’Equatore) il Tropico, il 32° ( o il parallelo di Alessandria?), il 50°, il 60°, il Circolo Polare, e il 70° e il 75° parallelo. Precisi precisi. Completare la scala non è difficile. Ma a cosa serve quella strana proiezione che, con la proiezione cilindrica modificata di Mercatore, non c’entra assolutamente nulla?
A questo punto ho voluto vederci chiaro.
L’Equatore misura 40.076 Km. L’ho semplificato in 40.000. Ogni 90° di Equatore sarebbero pari a 10.000 Km. Ogni 9° sarebbero 1.000 Km e ogni 4,5° sarebbero 500 Km.
Non solo sull’Equatore perchè ho assegnato queste distanze al meridiano ultimo, a sinistra, del quadrato che delimita l’Organum Directorium rispettando la corrispondenza dei singoli 9 gradi di parallelo. Se si proietta un –meridiano- allora anche i settori in kilometri risulteranno proiettati proporzionalmente. Ho portato queste misure sull’Organum Directorium. 
Così ci spiegano Mercatore:
  

Il meridiano Zero è quello delle Azzorre. La prima località, per capire l’esempio,è posta a 20° nord e a 33° a est dalle Azzorre. La seconda località è posta a 65° nord e a 75° a est delle Azzorre. La differenza tra le due latitudini è di 45°. Molto curiosa l’impostazione! Gli Autori hanno fatto, solo, un esempio oppure, quelle particolari coordinate sono, in qualche altro scritto del Mercatore?
In attesa di chiarimenti vado avanti. La retta che attraversa le località A e B cade con una certa incidenza sull’Equatore: Angolo interno 55° mentre l’esterno è di 35° (+90°).
A questo punto si parte con i due  goniometri dell’organum directorium.
Si invertono i valori dell’angolo di incidenza (perché?). Si riporta il tutto sul meridiano zero. Da quel meridiano si calcolano i 45° di differenza di latitudine e si tira una retta che va ad intercettare la nuova retta incidente (color arancione). Poi con un compasso si traccia un arco di circonferenza dove c’è il contatto con l’Equatore, sono 54°; e si fa il calcolo della distanza. E questo dovrebbe essere, anche, il pensiero di Mercatore.
Gli autori, ricorrendo anche alla moderna matematica, con una bellissima formula spiegano il tutto.
Io resto perplesso. Guardo e riguardo lo schema e

…  ma non è più semplice fare questo passaggio?


Tracciamo la retta che attraversa le due località (ortodromica). Da dove questa retta tocca l’Equatore si dovrebbero  far partire i 45° di differenza di latitudine. Dopo i 45° si dovrebbe tirare la retta che attraverserà nel punto X l’ortodromica. Siamo a 58° nord. Il tratto A-X dà l’esatto valore reale dell’ortodromica; riportandolo sull’Equatore: come ha già evidenziato una delle diagonali.
Io uso settori da 4,5° e 9°. In 90° riporto 10 settori da 9°. Ma a 45° e 90° i metodi si sincronizzano.
90° sono 90°. Ogni 9° sono 1.000 Km. 90° sono 10.000Km.

Qualcuno sa spiegarmi cosa c’entra la Rosa dei Venti e l’Organum Directorium in tutto questo discorso?





Anticamente, quando tutto ruotava attorno ad Alessandria, questo schema,bastava ed avanzava. Abbiamo visto come si passava da una scala all’altra. Adesso abbiamo tutta la sfera della Terra.
Come si operava?  Vi spiego qualche piccolo trucco.
Impostate, con la massima precisione il Quadrato di gradi 108° (12 settori da 9 gradi) all’Equatore.
Come dice L’Organum Directorium disegniamo i 75° con quel particolare sviluppo che nasce con gli schemi dei Portolani.  Tracciamo le due diagonali e il meridiano centrale. Facciamo la prima verifica. Andremo a misurare il tratto Londra Cuba dopo aver preso la distanza con Google Maps.



Si selezionano le due località da misurare. Dobbiamo trovare con la massima precisione il centro tra le due località. Una volta trovato il centro preciso si mettono 54° a destra e 54° a sinistra (sono 108° precisi).  Si prende la distanza della differenza di latitudine 23° nord e 51° nord, che rende 28 gradi, e la si duplica. Si traccia una nuova retta da Cuba che va a toccare la estremità la duplicazione della differenza di latitudine. Dove questa retta tocca  l’Equatore … segna direttamente la distanza.
(Non sperate che ve la spieghi matematicamente …. )

C’è un altro metodo:
Noi abbiamo uno sviluppo di paralleli; particolare ed unico. Se prendiamo direttamente la differenza di latitudine da questo sviluppo, vedasi la scala in gradi di sinistra, dobbiamo impostare sul lato destro una scala lineare di 108° come quella dell’Equatore. Misuriamo la differenza di latitudine a sinistra:  Siamo a 23° nord e 51° nord. Differenza di latitudine di 28° . Simulando che il lato destro sia l’Equatore … prendiamo i 28° lineari. Tracciamo la retta (rossa) e il punto di contatto dà la distanza.  



A questo punto sono andato a controllare cosa succede nelle regioni fredde.



Sono perplesso; considerate che è solo un prototipo! Ma non mi sembra che sia farina di
Mercatore.




Credo che Mercatore sia entrato in possesso, solo, di metà schema.


Rolando Berretta